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Magma

etna

– Che stress, ho francese. Io lo odio. M sento ridicola quando parlo francese…
– Anch’io preferisco spagnolo…
– Ah no, anche spagnolo… Che schifo…
– Tedesco?
– A me piace solo l’italiano.
– Ma perché ti sei iscritta a lingue?
– Guarda, lasciamo perdere. Domani ho anche lezione alle due. Che palle!
– Perché?
– Ah guarda… io odio avere lezione alle due del pomeriggio. Capisci lo stress? Io mi alzo alle dieci, faccio colazione alle dieci e mezza. Che faccio, pranzo due ore dopo? Se no, dovrei pranzare in facoltà, ma non esiste!
– Si ma che lagna che sei!
– Ecco, sembri mia madre! Che grande capacità che ho di trovare persone uguali a mia madre. Anche il mio ex lo era…
– Ma com’è finita? Vi sentite ancora, no?
– Si, ma come amici… più o meno. Nel senso che ora non litighiamo… Non sempre. Però… cioè ma ti pare? L’altro giorno mi. racconta che ha conosciuto una tipa in autobus e poi l’ha contattata via Facebook… E allora, quando mi diceva che non avrebbe potuto vivere senza di me, che lo so che sono cose che si dicono e non valgono niente…
– Scusa ma quindi state insieme o no?
– Ma no, lo so… Che poi io non dovrei neanche dire niente, ché facevo il filo a uno quando ancora stavamo insieme…

Quando ero piccolo capitava spesso che in macchina con i miei genitori passassimo nelle vicinanze della Montagna, che è come i catanesi chiamano affettuosamente l’Etna.
Forse è l’accento della ragazza a farmi riaffiorare questo ricordo.
Ma più probabilmente é il magma che percepisco dentro di lei. Una lava che scava costantemente dentro e che prima o poi potrebbe venire fuori, in uno spettacolo bello e terribile.

Il chimico

Avrà sui cinquant’anni, portati bene. Capelli grigi su di un corpo ancora in forma.
Non parla mai con nessuno e anche per chiedere permesso bofonchia.
E’ timido, malattia che alla sua età ormai può considerarsi cronica.
I suoi gusti sono ignoti: non legge libri, solo appunti scritti a penna; oppure scrive su un portatile.

Poi un giorno due ragazze al primo anno di università si siedono vicino a lui.
Hanno il loro primo esame e ripetono (malamente) la materia a vicenda.
Nell’ascoltarle, gli occhi dell’uomo si illuminano, facendo scintillare un blu profondo che non avevo mai notato.

Con la mano ferma le parole delle ragazze. Un gesto inaudito.
Penna in una mano, foglio nell’altra, mostra loro cosa stanno sbagliando.
Parla sciolto, gesticola, disegna.

Le ragazze lo guardano con gratitudine, ma non hanno ancora le idee chiare. Fanno domande, gentilmente chiedono delucidazioni.
Lui ha mollato il freno a mano: spiega, si appassiona, chiarisce aspetti che sono sempre stati oscuri anche a me.
Alla stazione vicina all’Università di Millemondi le ragazze lo salutano calorosamente e si dirigono verso un 28 assicurato.
Lui ricambia imbarazzato, ripone la passione in uno zaino e torna il goffo signore di mezza età di sempre.

Gruppo di lettura

Ci sono mattine in cui mi sveglio allegro ma poi mi rovina la giornata un discorso sentito in treno (sugli immigrati, sulla politica, sul “si stava meglio quando si stava meglio…”).
Ma per fortuna ci sono mattine in cui succede il contrario.

Stamane in un sedile poco distante dal mio c’è Anna, che conosco di vista: la incrocio ogni tanto alla scuola di musica dove va mia figlia.

Ha vent’anni o poco più e oggi è in compagnia di un’amica, con cui si sta scambiando opinioni sui libri preferiti. E il treno si popola di personaggi che ho amato anch’io alla loro età.

I Buendia, Siddharta, Adriano, Winston Smith…

Una ragazza di vent’anni con questi gusti è comunque un cliché (e, diciamocelo, non puoi amare Siddharta se di anni ne hai più di quattordici) ma proprio per questo mi rassicura, mi scalda questa grigia giornata invernale. Come anche mi rende contento il pensiero che mia figlia vive in questo ambiente e non in quello della mia infanzia (Chi cazzu ti leggi? Chi è? Delitto e castigo… minchia, bellu, ma non ti po’ leggiri ‘a Gazzetta comu tutti l’autri?).

Poi naturalmente Anna ha comunque vent’anni e cade anche lei su chi avrà la prossima laurea ad honorem. Non si ricorda il nome.
La aiuta uno sconosciuto poco più in là: “E’ una laurea alla memoria. Lui era Douglas Hofstadter, l’autore di Gödel, Escher, Bach, un bellissimo libro.”

Oggi vi amo tutti, o voi compagni di viaggio.

In stazione ovviamente ognuno va per la sua strada. Mentre mi dirigo al lavoro, sento lo stralcio dell’ultimo discorso delle due ragazze.
E’ un aneddoto o una barzelletta. Su di un certo Signor Neri. E su un amico che gli consiglia di fare una terza figlia per chiamarla Irene.

“Eh sì, ma non posso mica andare da mia moglie e dirle ‘Amore, stasera facciamo un palindromo!'”

San Suu chi?

– Oh, venerdì la facoltà è chiusa, lo sapete?
– Figata! E perché?
– Danno la laurea ad onore a San Suu Kyi.
– A San Chi?
– Boh.
– Ma ci sono santi vivi?
– Ma non è un santo, è una cinese.
– Ma è una che cucina sushi?
– Ma no, va là, che è un maschio. In facoltà dicevano che davano la laurea ad UN premio nobel.
– Che figo. La dessero a me la laurea ad onore…

Dov’è la vita?

Bella la vita, che viene e va. Ma cos’è la vita?

Un sogno, secondo alcuni, una condanna secondo altri.
E quante sono le vite? Una e poi ci sono Paradiso o Inferno; innumerevoli fino all’ultima reincarnazione; infinite o infinitamente la stessa in un Eterno Ritorno.

E quando inizia? Quando finisce?
Medici, religiosi, filosofi, atei litigano da millenni sull’argomento.

Ma una domanda se la pongono in pochi: dov’è la vita?

Almeno a questa domanda, da oggi so rispondere, grazie ad un foglio scritto a penna con una scrittura femminile e affisso sul finestrino del vagone dove sedevo oggi:

Ho smarrito il mio telefonino rosa, marca Tal Dei Tali, modello Y Super Fescion. Chi lo ritrova, mi chiami al numero xxx xxxxxx. Prometto ricompensa.
Vi prego: c’è dentro tutta la mia vita.

Essere donna oggi

Due ragazze in vagone, due amiche. Pochi anni di differenza, un dialogo tra tanti.

– Hai già deciso che specialità prendere?
– Non ancora. Sto valutando. Ero attirata da Chirurgia muscolare. Ma quella parola… “Chirurgia”… mi blocca.
– Ti impressiona?
– No, figurati, dopo quattro anni di medicina… Non è quello. E’ che mio padre è chirurgo. Non avrei neanche fatto Medicina, se non avessi avuto la relativa tranquillità che ci sarebbe stato lui a darmi una mano dopo l’Università. Il fatto è che tramite lui vedo cos’è medicina per le sue colleghe donne.
– In che senso?
– Io voglio lavorare ma voglio anche dei figli, una famiglia. Non mi prendere in giro anche tu…
– No, no, capisco. Non ho questa smania di sposarmi, ma ho trent’anni e inizio a sentire che la finestra entro cui avere figli si fa via via più piccola. Ma che faccio? Anche finendo l’Università, o io o lui dobbiamo trovare lavoro. Io non voglio farmi mantenere dai miei. E non ho chi può darmi una spinta…
– Guarda, non so neanche più se mio padre può darmela questa spinta, se è per questo. Io le ho viste le sue colleghe, ti dicevo: una carriera stroncata perché sono rimaste incinte. Un odio da parte di superiori e colleghi, come se avere figli fosse un crimine. Per questo non voglio fare chirurgia…
– Perché pensi che dalle altre parti sia diverso?

Questa, cari posteri, era l’Italia nell’anno del Signore 2014.