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L’alieno

alieno2Loro ci osservano.
Spiano i nostri spostamenti, le nostre attività, le nostre abitudini.
E controllano le nostre menti.
Hanno un qualche potere o una sorta di marchingegno in grado di alterare i nostri ricordi.
Oppure un modo sconosciuto per alterare il paesaggio dall’oggi al domani senza lasciare evidenti punti di sutura nei tessuti che legano le loro creazioni con il resto dell’arredo urbano.
Non si spiega altrimenti la presenza di un feticcio di umanoide, alto oltre due metri e largo uno, atterrato una mattina nel mio tragitto quotidiano che va dalla stazione di Millemondi all’ufficio di lavoro, accompagnato da una targhetta che sostiene che l’opera si intitoli “La Provvidenza” e sia lì da anni.

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Alcuni sostengono che la statua sia lì davvero da tanto, solo che è protetta da un’alta inferriata che non me l’ha mai fatta notare prima, sottintendendo neanche tanto velatamente che sono un po’ rincoglionito.
Ma sono solo menti deboli a cui gli alieni hanno fatto il lavaggio del cervello.

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Blogger pendolari alla riscossa

Secondo incontro dei blogger pendolari

A volte ai genitori fuorisede succede qualcosa di fantastico. Qualcosa come una telefonata del proprio padre che annuncia: “Ci prendiamo una casa in affitto per un mese lì dove abitate voi e teniamo noi i bimbi quando serve: datevi alla pazza gioia”.

Per intenderci: la pazza gioia di un genitore professionista è fatta principalmente di cose come Ordinare la cameretta del piccolo così finalmente dopo due anni potrà dormire anche lui in un letto vero o Cercare con calma un regalo pasquale per i bimbi.

Ma comprende anche Il primo anniversario di matrimonio che riusciamo a festeggiare da soli e Prendersi qualche ora di libertà personale in cui non si deve per forza dare il buon esempio.

In quest’ultima categoria rientra l’infrangere la regola Non si parla con gli sconosciuti, soprattutto se arrivano da Internet. Nella fattispecie, un incontro il 12 aprile con tre scrittrici (più una) e un personaggio letterario (ma ci arriviamo dopo): il secondo raduno dei blogger pendolari, proprio a Millemondi!

E così mi ritrovo a fare il turista in un paese in cui vivo da 15 anni.
Riscopro la bellezza di bighellonare; di essere fermato dai venditori ambulanti, che spacciano i migliori ed i peggiori libri della città; di rimanere bloccato al mercato da una folla di turisti che scatta foto a reperti culinari di dubbio gusto.
Ripercorro i luoghi della mia vita universitaria: la meravigliosa Piazza Maggiore, dove si andava le sere in cui (altri tempi) non si aveva niente da fare, sapendo che lì uno spettacolo improvvisato si trovava sempre; gli assurdi cartelli e le surreali scritte sui muri di Via Zamboni, che io e Fiocotram
collezionavamo; la serenità di Piazza Santo Stefano e le sue sette chiese “a matrioska”.

– Marco, tu ci sai guidare per tutte le sette chiese di Piazza Santo Stefano, vero?
– Ma certo!
Maledetto testosterone.

Ma soprattutto riassaporo il piacere di chiacchierare con sconosciuti che mi sembra di conoscere da una vita.
Pendolante, che dice di essere un’orsa ma non lo dà proprio a vedere. E grazie alla quale ho potuto evitare di fare io da cicerone.
Pendolo0, che chissà perché mi immaginavo bionda ed estroversa ed invece è mora e riflessiva (il che, sia chiaro, è un complimento).
Leuconoe, il cui blog – vabbé lo ammetto – non seguivo, ma si fa sempre in tempo a rimediare.
Calikanto, che tecnicamente non è dei nostri ma andiamo a stanare sotto casa, visto che – anche questo mi era sfuggito – abita proprio a Millemondi.
Ilaria, che se vi immaginate una toscanaccia, eccola è lei. E che, in quanto tale, ha sposato un toscanaccio.

Ecco, non me ne vogliano le scrittrici, ma ciò che più mi ha colpito è  Michele, il marito di Ilaria, che sembra uscito da un romanzo scritto dagli autori del Vernacoliere. Credo che, a volerlo studiare a tavolino, non sarei riuscito a trovare una persona più lontana da me.
Sboccato, sfrontato, carnivoro e pure militare (con tanto di esperienza in Afghanistan).
Eppure, nel parlarci, mi sono trovato d’accordo con lui molto più di quanto avrei mai potuto immaginare. Giusto così per ricordare a me stesso che i pregiudizi e la xenofobia si annidano pure dentro sé stessi dove meno ci si aspetta.

E poi in questa storia ovviamente c’è anche una tavola imbandita, perché, vegetariani o carnivori, gli italiani non sanno immaginare un raduno senza una mangiata. Che poi è uno dei pochi motivi per cui vale la pena vivere in Italia.
E c’è anche un cameriere, uscito probabilmente anche lui da un romanzo sopra le righe, con tanto di tempi comici perfetti.

– Io non li sopporto gli ex fumatori che voglio fare proseliti. – dice Pendolante – “Fa male”, mi dicono. E che non lo so? Che poi avevo anche smesso…
– Eh signora, ci guadagna in salute. – interviene in picchiata il cameriere –  Perché fumare fa male, dovrebbe riprovarci. Io ho letto un libro che spiega perché fa male e…
– No ma ognuno è libero di far le sue scelte. Come i vegetariani…
– No ma che c’entrano i vegetariani. La carne si mangia, punto.
Come è umano lei.

E con in corpo dell’ottima cucina emiliana, in testa mille aneddoti di ogni commensale e in tasca tre simpatici segnalibri regalati da una Pendolante dalle mille risorse, è tempo che io prenda commiato.

Lascio quindi il resto della setta dirigersi verso l’Archiginnasio. Io ho altre pazze gioie da soddisfare proprio lo stesso giorno.

E’ stato davvero un piacere. Alla prossima, care amiche (probabilmente quando i bimbi saranno adolescenti).


E a proposito di impegni, chiudo per due settimane, giusto per godermi le festività varie. Adios…

Fausto e il Nulla

Il Nulla per prima cosa si prese il negozio di fumetti.
Scomparve dall’oggi al domani ma Fausto quasi non ci fece caso: non aveva mai amato quei bambinoni che lo frequentavano.

Poi fu la volta del ristorante all’angolo. Fausto ogni tanto ci andava a mangiare in pausa pranzo. Qui l’agonia fu più lenta: prima scomparvero i camerieri giovani, poi quelli anziani, finché un giorno rimasero semplicemente le serrande chiuse.

Quando arrivò il turno del negozio di vestiti, di fianco al suo ufficio, Fausto non poté più ignorare il problema. Era un negozio enorme, di una marca famosa. Ora, guardando gli interni dalle vetrine vuote, non restavano più neanche i muri divisori.

Fausto non era mai stato credente. Certo da piccolo aveva creduto anche lui in Babbo Natale e in un falegname vissuto duemila anni prima che parlava di pace e amore. Ma a dieci anni beccò suo padre mentre indossava di nascosto barba bianca e mantella rossa e allora smise di credere in chi dispensa regali gratis, compresi suo padre e il falegname.

Ma si può smettere di credere nel Bene, non nel Male, soprattutto quando il Male sta inghiottendo ciò che ti circonda. Soprattutto quando il Male si mangia anche il lavoro di tua moglie.

Dei negozi vicini al suo ufficio resisteva ancora solo un bar. Ed lì, durante il caffé mattutino, Fausto scoprì che c’era una nuova religione in città. E il bar, moderna catacomba, ospitava i suoi primi adepti clandestini.
Pù per curiosità che per convinzione, Fausto iniziò a spiare le loro preghiere e poi a parteciparvi sempre più attivamente. E gli sembrò che quella setta fosse l’unica che davvero combattesse il Nulla.

Quando il Nulla si prese anche il lavoro di Fausto, i credenti della nuova setta erano migliaia. E più aumentavano meno avevano paura. Prima iniziarono a pregare nel bar senza nascondersi. Poi fondarono la loro prima chiesa in città, negli spazi dove un tempo c’era il ristorante. Poi addirittura iniziarono a fare le pubblicità in televisione.

Conoscevo Fausto prima che tutto ciò avesse inizio. La sua casa era vicina alla stazione dei treni: facevamo lo stesso tragitto verso il lavoro e scambiavamo qualche chiacchiera di circostanza. Ora Fausto non lo riconosco quasi più. Parla solo del suo credo e neanche con entusiasmo ma quasi con rassegnazione, come se sapesse che anche esso non può nulla contro lo sfacelo in atto ma non volesse ammetterlo, perché comunque è bella l’illusione che Dio ti aiuterà e domani le cose andranno meglio.

Vorrei tornare a parlare con Fausto, aprirgli gli occhi, fargli capire che la sua religione è fumo negli occhi e che i capi della sua setta sono servi del Nulla e cavalieri dell’Apocalisse.

Ma lui non ascolta più. L’ultima volta che l’ho visto, stava entrando nella terza chiesa, dove prima c’era il negozio di vestiti. L’ultima immagine che ho di lui è un viso smorto, uno sguardo assente, un capo chino, mentre entra e percorre una via lastricata di buone intenzioni.

Quando scompare dalla mia vista, resto lì a fissare la porta della chiesa. Su di essa c’è affisso un cartello con una delle loro incomprensibili preghiere:

Aperti dalle ore 9 alle ore 4.
Vietato ai minori di anni 18.
VLT attivo. SLT attivo.
Se hai problemi con il gioco, c’è chi ti può aiutare.

Il pensionato

Ha una giacca rossa, un pantalone marrone e una camicia rossa. Da sei mesi. E da sei mesi è fermo sulla stessa mattonella dello stesso marciapiede.

Lo incontro durante il terzo pendolo giornaliero, quello che oscilla dalla stazione di Millemondi al posto di lavoro, lungo lo stesso tragitto in cui incontro la ragazza dei giornali.

Come ogni novantenne è abitudinario, ma invece di spiare cantieri, sta fermo lì e guarda orizzonti. Ogni giorno dell’anno.

Per mesi è stato per me un enigma: cosa fa qui? Perché? Cosa osserva davvero?

Poi piano piano è stato inghiottito, come tutto, dall’abitudine e ho declassato queste domande a semplice tarlo, di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo.

Ma un giorno – colpo di scena! – il mistero si svela!
Quel giorno il mio treno arriva con una decina di minuti di ritardo e viene leggermente posticipato il momento dell’incontro con il pensionato.

Lo trovo comunque lì, in piedi sulla stessa mattonella ma non guarda l’orizzonte: parla con la negoziante adiacente. E rispetta tutti gli stereotipi.

– Perché, signora mia…
Non dirlo.
– Si stava meglio…
No, ti prego.
– … quando si stava peggio.
Ecco l’ha detto.

Ma sto divagando. La negoziante riporta me e lui alla realtà: “Vai mo’, Giorgio, che sta arrivando il tuo pullman.”

Ecco cosa fa: aspetta un pullman.
E’ un pendolare. Come me.

Nessun dorma

Ci sono esseri perversi lì fuori.
Esseri disgustosi che la notte fanno cose turpi.
Dormono, ad esempio. E dormono all’aperto.

Per fortuna al mondo ci sono anche persone caritatevoli.
Persone come la proprietaria del condominio che ospita uffici di varie aziende, tra cui quelli della Cooperativa Millemeraviglie, dove lavoro.

All’ingresso del condominio in questione c’è un gradino.
La notte, quando il palazzo è disabitato, riaffiorano questi esseri immondi e forse su quel gradino ci dormono.
Quest’idea ripugnante mi cattura ogni mattina appena scendo dal treno. E mi tormenta tutto il giorno.

Per fortuna al mondo ci sono anche persone caritatevoli.
Persone che ti fanno regali inaspettati: stamattina, ad esempio, quel gradino era ricoperto di aculei artificiali. E poco più in alto un cartello avvertiva: “Proprietà privata. Vietato sedersi o sdraiarsi”.

Adesso potrò dormire sonni tranquilli.
Io.

Narratore onniscente

Agreste è un ridente paese di campagna, che ha la pazienza di darmi ospitalità da qualche anno.

E’ una paese ridente nel senso letterale: i suoi abitanti sono pacifici, hanno una predisposizione naturale alla socialità e una predilezione per feste e sagre. Insomma: un luogo che da adolescente avrei odiato ma che ad una certa età si impara ad amare (la “certa età” solitamente è ottant’anni; nel mio caso trenta).

Eccomi quindi all’ennesima sagra di inizio o fine primavera (o della patata, della cipolla, del canguro tonnato: fa lo stesso). In lontananza vedo arrivare una signora.

– Guarda quella signora – dico a mia moglie.
– La conosci?
– E’ di Foggia. Ha due figli, ormai grandini. Lavora a Millemondi anche lei, in un negozio di abbigliamento, in Via Garibaldi. Sai che fa spesso le vacanze dalle tue parti? Ama la neve, anche se il marito non condivide questo amore. E’ simpatica: non impegnata socialmente o politicamente ma almeno non è razzista e continua ad andare a votare, pur indignandosi; di questi tempi è gia tanto. E poi…
– Scusa ma com’è che la conosci così bene e non me l’hai mai presentata? – mi interrompe mia moglie con una punta di gelosia.
– Perché non la conosco: non so neanche come si chiama. Ma viaggia sempre in treno con alcune amiche. E ha una gran chiacchiera.