Archivi tag: bambini

Sottopassaggio

Io i vandali li capisco. Non li giustifico ma li capisco.
Parlo dei vandali adolescenti di paese: queste cose le so e so dove comincia la rabbia e il tedio a morte del vivere in provincia.
Reprimere serve a poco: bisogna mostrar loro positività, combatterli con la bellezza ed educarli fin da piccoli.
Queste cose ad Agreste le sanno bene ed il vandalismo qui lo combattono con l’arte e con i bambini delle scuole elementari.
Ecco quindi come i bimbi hanno trasformato il sottopassaggio che attraverso ogni giorno, coprendo tag, cazzi e AnnaAmaFabio con qualcosa che farà sentire la stazione più come una cosa anche loro

L’hanno fatto mesi fa ma volutamente l’ho fotografato solo ora, per mostrare chi ha vinto.
L’ho già detto che amo questo paese sperduto a mille e più chilometri da dove sono nato?

I custodi del lunedì mattino

(Racconto non pendolare)

Il primo sole del mattino filtra dalle fessure della serranda, supera il futile ostacolo della zanzariera, oltrepassa il vetro e sorprende Anna e Michele ai bordi del letto.

– Albeggia. Sbrigati! – urla sussurrando Anna.
Ettomi, ettom… – un piccolo tonfo riecheggia nella casa.
– Michele! Guarda cos’hai combinato! E chi lo dice a Peter domenica prossima?

Michele non replica. Afferra il contenitore caduto e con le mani cerca di racimolare quel piccolo tesoro sparso per terra. Lo raccoglie a manciate e lo rimette al suo posto.
Appena ritiene l’operazione conclusa, porge il contenitore pieno ad Anna.

Etto. No pianti. No dici niente Peter.

Anna, invece di rispondere, si volta verso il letto e cambia espressione ed argomento:

– Guardali, come dormono esausti. Che cuccioli. Mi chiedo come farebbero ad affrontare l’intera settimana senza di noi.

La luce del sole si fa sempre più forte. Anna si rende conto che deve sbrigarsi.
Raccoglie dal contenitore una piccola manciata di polvere di stelle e, con fare solenne, la sparge sul capo di Mamma e Papà.
Strofina le dita fra di loro, per riversare sul contenitore ogni piccolo avanzo rimasto attaccato alla sua pelle: non va disperso neanche un atomo di quel tesoro.
Infine copre con la mano il contenitore e si dirige a passi affrettati ma leggeri verso la propria stanza.
Come l’ombra di un paperotto, Michele segue il percorso della sorella.
Dietro di loro, vicino al letto, per terra, lasciano ignari un piccolo indizio.

La luce è quella del giorno pieno ora. Mamma e Papà aprono gli occhi. Si stiracchiano. A fatica riprendono contatto con i colori, con i ricordi, con la realtà tutta.
La Mamma segue il cono di luce che proviene dalla finestra e si schianta per terra. Sorride. Fa un cenno al Papà. Vedono l’indizio. Ma non lo vedono.

Si alzano. Papà si dirige in camera dei bimbi.
Sussurra: – Anna? Michele?…
Parla: – Ma sapete cosa c’è in camera? Dai svegliatevi! Il sole, passando dalle fessure e dal vetro, ha formato un piccolo arcobaleno per terra.
Anna? Michele?
Urla: – Amo’, li svegli tu questi due? Ogni lunedì la stessa storia. Non c’è verso di tirarli giù dal letto!


Questo racconto partecipa all’EDS L’Arcobaleno della Donna Camel (l’arcobaleno non è intero, va bene lo stesso? 🙂 ).
Chiedo perdono per la mielosità: oggi è il compleanno di mio figlio 🙂

Le regole dell’EDS:

  • 1 arcobaleno intero
  • 20 grammi di magia non di più
  • 1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere

Il racconto è in buona compagnia con:

La favola del pesciolino bianco e del principe pescatore

(Racconto non pendolare)

– Nonno Antonio, mi racconti una storia?
– La conosci quella di Biancaneve?
– Certo.
– Ma io conosco la storia vera, che secondo me non conosci mica.
– Allora raccontala, nonno!
– C’era una volta Biancaneve, che viveva in una città controllata da una signora bella ed elegante che era soprannominata “La Regina Cattiva”. Come si può intuire dal nome, la Regina gestiva un traffico di prostituzione e Biancaneve era un elemento di disturbo, visto che batteva nella zona ovest senza aver chiesto il permesso a nessuno…

– Antonio!

Il grido proviene dalla cucina adiacente al giardino. E’ potente e con le vocali prolungate, segno che nonna Marzia è arrabbiata davvero.

– Ma ti sembrano storie da raccontare ad una bambina?
– Ma perché, vuoi dirmi che non è questo il vero senso della storia? Il principe azzurro è un pappa come gli altri. E pure necrofilo.

Nonno Antonio ha sempre valide argomentazioni, che però nonna Marzia sa confutare con solido pragmatismo:

– Non ti scasso la padella in testa solo perché c’è la bimba qua davanti.

Quindi cambia tono di voce, modalità Generale Che Pianifica Un Attacco:

– Marie’, figlia mia, tu continua a cucinare. Tu, Antonio,  alzati e va’ ad apparecchiare, se ti ricordi ancora come si fa. Ci resto io qui con la bimba, che è meglio.

Doppio cambio, modalità Mary Poppins:

– Vieni qui, Silvia, te la racconta nonna una bella storia.

Il nonno batte in ritirata, borbottando tra sé contro il sacro vincolo del matrimonio.
La nonna fa finta di non sentire ma pensa alla legalizzazione del divorzio arrivata troppo tardi, quando ormai lei si è abituata all’insopportabile..
Con una mano scaccia le mosche del giardino e muta i brutti pensieri in una favola improvvisata.

C’era una volta un pesciolino bianco. Abitava nel Fondo Più Fondo Del Mare, dove esistono solo pesci neri.
Il povero pesciolino bianco veniva sempre preso in giro per la sua diversità ed era sempre molto triste.
Un giorno disse “Basta! Io me ne vado via da qui! Sono sicuro che più in alto ci saranno pesci bianchi come me che mi vorranno bene e non mi tratteranno più male!”
Detto questo iniziò a nuotare. E nuota che ti nuota, arrivò nel Mare Poco Profondo. Lì incontrò i pesci gialli.
“Posso restare a giocare qui con voi?” chiese il pesciolino bianco.
“Giocare con noi?” – dissero gli altri pesci ridendo – “Ma hai visto come siamo belli noi, tutti colorati? Che figura ci facciamo se giochiamo con te, che non hai nessun colore? Vai via!”.
Il pesciolino bianco, sempre più triste, nuotò allora ancora più in su e arrivò In Superficie. Lì non c’era nessun pesce, né bianco né colorato, ma vide che il mare finiva.
Oltre il mare, nel Mondo Sconosciuto, c’era un pescatore in una barca.
“Ciao, signor pescatore,” – disse il pesciolino bianco – “vuoi giocare con me, anche se sono solo un brutto pesciolino bianco?”
“A me non importa se sei nero, giallo, bianco o arcobaleno. A me piacciono tutti i pesci. E tu sei proprio bello! Vuoi sposarti con me?”
E fu così che il pesciolino bianco e il pescatore si sposarono.
Ed è da quel giorno che quando due persone si vogliono sposare, mannaggia a loro, si dicono “Ti amo”.

– Nonna, io non l’ho capita bene bene questa favola. E’ finita bene o male?
– Va là che invece il nonno l’ha capita…
– Sì che l’ho capita – dice il nonno appena tornato dalla missione – tu e i tuoi giochi di parole del cazzo. Vuo sapere com’è finita, Silvie’? Chiedi a tua mamma cosa mangiamo per cena…
– E’ pronto, Silvietta! – dice la mamma ignara – Mangiamo platessa, quel pesciolino bianco che ti piace tanto tanto tanto!

Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizio Di Stile) bianco della Donna Camel.
Le regole dell’esercizio:

  1. Scrivi una storia triste
  2. Mettici un pesce
  3. Mettici il bianco
  4. Stai dentro due cartelle

Gli altri partecipanti:

  1. Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
  2. Lamento di una giovane morta
  3. Il soffio della vita
  4. Austinu
  5. Caramelle
  6. Una mano di bianco
  7. Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine?
  8. L’agosto del pesce volante e del pettirosso timido
  9. Missisippi
  10. La lista
  11. Diffidenza
  12. L’incanutito e la salata immensità
  13. L’occhio del branzino deve essere bianco
  14. EDS in piccolo
  15. Minnie
  16. La favola del pesciolino bianco e del principe pescatore
  17. Le diottrie del sig. Paolo
  18. La solitudine del sabato
  19. Il pesce contacaratteri
  20. Peter e la sua Milena
  21. Gioie e dolori
  22. Neve dai pioppi

Ecco il treno lungo lungo

Ecco il treno lungo lungo che attraversa la città. Lo vedete lo sentite: ecco il treno, eccolo qua!

E attraversa anche il parco giochi di Agreste in questo sabato mattina: dopo mesi di letargo si intravede un primo spicchio di sole e, come drogati in astinenza, genitori e figli invadono ogni metro quadro di verde pubblico.

Oggi non si pendola e quindi anch’io sono qui tra tossici grandi e piccoli. E vedo il treno da fuori e dagli occhi dei bimbi, che appena lo scorgono all’orizzonte corrono in massa aggrappandosi alla recinzione che (fortunatamente) li separa dai binari.

E restano lì, chi a bocca spalancata, chi urlando, chi salutando, chi in braccio per godersi meglio questo spettacolo, che, nonostante la tecnologia che avanza, non passa mai di moda.

Il treno risponde ai saluti con rumorosi fischi che mandano i fan in visibilio. Poi piano piano raggiunge la parte opposta dell’orizzonte e il piccolo assembramento si ridà un contegno.

Mio figlio di due anni continua a recensire l’esibizione con generose lodi.
Mia figlia, dall’altro dei suoi cinque anni e dalla sua genetica iper-razionalità, chiosa: “Sì, vabbe’, è solo un treno…”

L’ego di Dio

Dio mi punirà.
Ieri ho passato tutto il pomeriggio al parco giochi, a fissare la figlia del poliziotto.
Non con lussuria, giuro! Io la amo! Ma forse è anche peggio: Dio odia le sdolcinerie.
La guardo mano nella mano con il suo papà e resto lì, fermo, bloccato. Mi tremano le gambe. Ma non riesco a sollevarle, come se una forza oscura li tenesse inchiodate al prato.
Ma io lo so, verrà un giorno in cui lei si volterà, incrocerà il mio sguardo e allora farà lei il primo passo.
Io resterò qui ad aspettarla.

Dio punirà la mia famiglia. La nostra rapina è riuscita. Siamo riusciti a seminare il poliziotto prendendo al volo questo treno, ma ciò non placa i sensi di colpa dentro di me. Cosa stiamo insegnando io e mia moglie ai nostri figli? E che vita possiamo dar loro? Non sappiamo neanche dove è diretto il treno in cui li abbiamo caricati in fretta e in furia.
Ma, che Dio ci perdoni, a volte penso che sia giusto così. Anzi, a volte sento che sia stato proprio Dio a muovere le nostre gambe, a far arrivare il treno proprio al momento giusto, a salvarci. Penso questo, mentre dal finestrino vedo scorrere le immagini di quel verde parco giochi che mi ha visto crescere e che forse non rivedrò mai più. Anche se so che questi pensieri mi faranno bruciare all’inferno.

Che Dio mi punisca pure ma lo devo dire: io lo odio. Odio Dio, odio la mia vita, odio questo treno che mi sembra di guidare da un’eternità. Gli stessi binari, lo stesso tragitto: l’eterno ritorno.
Dov’è il libero arbitrio? Davvero sono libero di alzarmi da questa postazione, scendere da qui e mandare a quel paese questo treno, con tutti i suoi passeggeri e le sue fermate? Io non credo.
Se non l’ho fatto fino ad oggi, non lo farò mai. Io che nella mia vita ho visto cinque deragliamenti eppure sono ancora qui. E anche per questo ti odio, Dio. Ho visto automobili distrutte, strade squarciate e questo treno, questo stesso treno, sventrato. Ho visto frotte di passeggeri morire: dov’era la bontà divina? Dov’era la tua onnipotenza? Perché hai permesso che succedesse o addirittura, perché TU lo hai fatto accadere?

Dio ci punirà tutti. In verità vi dico che il giorno del giudizio è vicino. E noi siamo tutti peccatori.
Guardate quel treno accasciato su se stesso, proprio di fronte a questa mia finestra. Quest’ultimo deragliamento è un monito.
Guardate il macchinista! Ricordate i discorsi che faceva su Dio? E ora eccolo lì: il corpo è ancora sul treno, la testa è tra i binari.
E quella famiglia. Sapevamo tutti che fossero dei ladri. E ora vedete voi stessi che fine fanno i peccatori. Pentiamoci, vi dico!
Guardate questa città: c’è un parco giochi, c’è la stazione dei treni, ci sono le nostre case. Ma non c’è una chiesa, una sola. Non c’è un posto dove rendere grazie a Dio, non c’è un pastore che segua le nostre anime, non c’è un luogo dove inginocchiarsi e chiedere perdono.
Non potrà andare avanti così per molto: pentiamoci, vi dico, o Dio ci punirà tutti.

Dio ci ha puniti. Compagni, amici. Oggi è il giorno del dolore. Tanti di noi hanno perso i propri cari. Qui, in questo bel verde, c’era il nostro bel parco giochi. Qui, proprio qui dove io sto parlando, il nostro poliziotto ha perso sua figlia.
Le nostre case sono distrutte, non c’è neanche più una stazione per poter fuggire via.
Ma dobbiamo essere forti. I nostri padri ci hanno tramandato la storia: sappiamo che ciò è già successo. E ci hanno anche insegnato che quando un dolore così grande investe una comunità, l’unico modo per reagire è restare uniti, rimboccarsi le maniche e ricostruire.
Perché, per Dio!, la ricostruiremo la nostra bella città! Su questo prato verde giuro a voi, a me stesso e ai miei figli che i bambini torneranno a giocare.
Ricostruiremo tutto, pezzo per pezzo, mattoncino per mattoncino.
E vi dirò di più, compagni, non solo ricostruiremo tutto ma faremo anche in modo che ciò non accada più.
Compagni, so che è terribile quanto sto per dirvi, ma dentro di me ho un grido che deve uscire fuori: dobbiamo ribellarci a Dio!
Un Dio che permette ciò è un Dio che non ci ama e che non merita il nostro amore.
Guardate quel predicatore: lui amava Dio più di quanto potremo fare mai noi stessi tutti insieme. Ma ciò non l’ha salvato. Il terremoto lo ha sorpreso alla finestra, dove stava sempre, proprio durante una delle sue tante prediche. E non lo ha risparmiato.
E allora giuro che cacceremo Dio dalla nostra città, come lui ci ha cacciato dall’Eden.
Ma bisogna fare in fretta: vedo che Dio sta tornando. E sento già quella voce, più potente di Dio e più malvagia di Lui, che gli dice: “Su, metti a posto tutti quei mattoncini sparsi per terra, ché è pronto a tavola.”

 

Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizio Di Stile) verde della Donna Camel che ha come regole:

  • contenga qualcosa di verde
  • tralasci di dire o spiegare nel dettaglio un mondo o una piccola cosa

Hanno partecipato anche:

Nanosecondo

“Papà!” grida il Nano piangendo disperato. La mano tesa verso un impossibile ricongiungimento. La posa da Anna Magnani in Roma città aperta.
Il papà invocato sono io, che scappo via dall’asilo in fretta come un ladro: come dice mio suocero “Se devi segarti un braccio, è meglio un taglio netto, senza stare tanto lì a cincischiare con la lama e la pelle”.

Mi ritrovo in strada, immaginandomi intanto le maestre che sparano a freddo sul Nano e sentendomi il peggior genitore del mondo.
E lo so che la stessa scena avviene da una settimana, lo so che l’uomo sa abituarsi a qualunque cosa, so anche che le maestre dicono che dopo due minuti è lì che gioca felice (il maledetto), come so anche che effettivamente dopo a casa è sereno.
Lo so ma non serve a niente: ci sto male lo stesso.

Mi aiuta solo la logistica: non ho tempo di star lì a pensare, devo correre perché tra poco il mio treno parte.
Perché, sì, oggi torno a lavorare, torno a pendolare.

La Belva è tornata alla scuola materna, il Nano è sul termine dell’inserimento all’asilo nido: ci sta solo la mattina, senza genitori.

A tenerlo in casa nel pomeriggio resterà per una settimana mio suocero, il suddetto esperto in asportazione di arti superiori, nonché l’unico membro di questa famiglia sparsa per l’Italia che possiede due caratteristiche estremamente importanti per il welfare familiare moderno: è in pensione; è abbastanza in buona salute da poter tappare le situazioni “prole malata + pazienza dei colleghi miei e di mia moglie esaurita (la pazienza, non mia moglie) + babysitter irreperibile”. E inoltre ha la santa pazienza di farsi trecento chilometri per raggiungerci, su chiamate estemporanee. Dio o chi per lui lo abbia in gloria.

In stazione sembra una rimpatriata con i compagni di classe delle superiori: conosco tutti e non conosco nessuno.
Riecco Elena, che rimugina, il Monarchico, che ha già adocchiato la sua prossima preda, la Dignità, sempre serafico, la ragazza di Kalid, con il suo sorriso, il Ciccio, che saluta tutti, Giovanna (di cui adesso so anche il nome), che spettegola con le amiche. Ci sono anche Renzo, l’Avvocatessa e il Duro, di cui ancora non ho parlato.

Dopo un mese e mezzo tra ferie e congedo parentale, rieccomi a bordo.
Dopo un mese e mezzo in compagnia di Trilli, rieccomi nel Mondo Fermo, dove effettivamente sembra che nulla sia cambiato.

Regalo di compleanno

(Parentesi non pendolare)

Qualche giorno fa è stato il tuo quinto compleanno.

I pacchetti sono stati aperti. Dentro c’erano cose futili ed importantissime. Ma, se potessi, ti regalerei altro.

Ho passato cinque anni ad insegnarti a stare composta, a spiegarti con le parole e non con le mani, ad essere educata, ad aver pazienza, a non interrompere i discorsi, a non rompere le cose, a non rispondere male.
Ha imparato bene quasi tutto.
Ora ti guardo: composta, educata, paziente. E triste.

Per il compleanno ti avrei regalato altro: la serenità, con sprazzi di felicità.
Vorrei ricominciare. Dirti che non è che ciò che ti ho insegnato sia sbagliato. Però a volte sì.
Vorrei insegnarti a fare sogni grandi e a non aver pazienza di aspettare che si avverino da soli; a capire quando non è il caso di essere gentili e bisogna pretendere rispetto; a stare un po’ scomposta, perché dondolarsi con la sedia è un po’ pericoloso ma è anche tanto divertente. E se non dovessi riuscirci, vorrei almeno insegnarti a guardare dentro te stessa, perché tu possa capire, quando sei triste, qual è il vero motivo.

Buon compleanno, cucciola. Ti auguro di diventare un po’ più leggera e un po’ più stupida.
Poi, però, insegnalo anche a me.

La belva

(Parentesi non pendolare)

Il respiro è diventato regolare: la belva si è addormentata. Ho qualche speranza di liberarmi dalla sua presa.

Devo muovermi con cautela: un piccolo gesto sbagliato e, anche qualora non dovesse svegliarsi, stringerà sicuramente la presa.
Non sarà facile: con due zampe tiene la parte superiore del mio corpo e con le altre due quella inferiore.

Inizio ruotandomi verso l’esterno: mi aiuterà a spostarmi dopo e se dovesse risvegliarla non sarà ancora un problema, visto che non ho ancora neanche tentato la fuga.
L’operazione riesce e ciò mi dà coraggio: dorme profondamente.

Con le mie gambe sposto lentamente le due zampe a cui sono attorcigliate. Mi muovo molto lentamente. Sono attimi interminabili. Trattengo il respiro.
Fatto: le gambe sono libere. Tocca alle braccia.

E’ la parte più delicata. La tensione mi sta facendo sudare freddo. Non ho nessuna seconda possibilità: non posso sbagliare nemmeno i movimenti più infinitesimali.

Sposto una zampa. Non c’è scrittura che possa descrivere quanto mi stia muovendo lentamente. La bestia respira ancora con regolarità, anche se la bocca mastica versi incomprensibili. Sono in pericolo: il sonno si è fatto più leggero.

Inizio lo spostamento dell’ultima zampa. Se riesce, sono libero. In lontananza abbaia un cane. Mi fermo immediatamente. Per fortuna il rumore imprevisto non ha avuto conseguenze. In modo sempre più delicato, appoggio la zampa: non ho più alcun contatto con la bestia.

Ma manca ancora un dettaglio: devo alzarmi e alzandomi potrei urtarla o sbattere contro qualsiasi imprevedibile ostacolo.
Decido di tentare il tutto per tutto: un solo movimento veloce così non devo più pensarci.

Ha funzionato! Sono in piedi, libero.
Con passo felpato mi avvicino all’uscita. Ormai assaporo la vittoria.

Quando sono quasi fuori, il contatto del piede con la terra fa scricchiolare un ignoto ossicino delle dita.
La bestia si sveglia.
Sono perduto.

– Dove vai, papà?
– Vado nel mio letto, amore. E’ tardi. Ho sonno.
– No, dai ti prego, resta ancora un po’ qui con me. Ti prego!
– … D’accordo. Solo altri cinque minuti. Ora però chiudi gli occhietti, torno lì da te.

La prima vera primavera

Esco dal treno e sono felice.

Il treno mi ha appena riportato alla stazione di Agreste, la mia fermata.
Le porte si aprono e io scendo: è ancora giorno, è quasi casa, è quasi amore.

Il tepore di un sole ancora alto scalda la mia pelle e la riempie di gioia.
Il treno, anche se in ritardo, è arrivato.
La primavera è più in ritardo del treno ma lasciatemi illudere che sia arrivata anche quella.

Ma non è il sole a rendermi felice. Non i suoi raggi, non la sua luce.
Non è neanche il profumo dei fiori del vicino parco giochi. Non i loro colori che finalmente scalfiscono grigio e nebbia.
Non il canto degli uccelli, che sembra un inno alla vita.

E’ tutto questo insieme e un’altra cosa ancora.
E’ il sorriso di mia moglie e dei miei due figli, che hanno approfittato della bella giornata per andare al parco giochi e farmi una sorpresa.

E’ la loro felicità nel rivedere me e la primavera.
La quarta primavera di mia figlia e la prima di mio figlio.

Buon compleanno, cucciolo.

Piange il telefono

Pronto? Ciao, finalmente riesco a trovarti. Pronto? Scusa, la linea si prende un po’ male: sono sul treno. Come va? Qui tutto bene. La topina e il topino stanno bene. Ma sì, la topina… quella che gli hai regalato tu, ricordi?  Sì, gli piace ancora.

E il topino sta crescendo… un anno e mezzo ormai… un anno e 5 mesi per la precisione. Sì, inizia a distruggere casa, ma è anche la mia unica felicità. Sì con il papà va come al solito. Non c’è mai. Meno male che c’è il mio piccolino con me.

Il papà viene e sembra non abitare neanche in quella casa. Anche a Natale ha lavorato. Dico, vogliamo restare insieme almeno a Natale?
Dovevamo vederci almeno il 24 e invece così all’improvviso è andato con la sua ex. Dice che era tanto che non vedeva l’altro suo figlio.

Ma è sempre così. 31 dicembre uguale. Dice che doveva stare ancora al bar a lavorare. Va bene, vengo lì con te. Almeno ci mangiamo un dolce insieme lì al bar.
Niente.

Io sono proprio stanca sai. Non mangiamo neanche più insieme. Sono stanca. Mi manca quando stavamo insieme io e te. Mi manchi tu.
Ho voglia di vederti. Quando possiamo incontrarci?

Il piccolo lo lascio alla nonna…