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Miracolo sull’ETR 500

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Due ragazzini sono seduti in treno, uno di fronte all’altro. Parlano tra loro, con toni troppo alti. Come tutti i ragazzini, cercano il loro spazio nel mondo. O almeno il loro spazio acustico nel vagone.
Come tutti i preadolescenti cercano di rimodulare nuove voci e nuovi argomenti dentro corpi ancora di bambini.

– Allora, te la sei poi fatta Martina ieri?

Questa storia potrebbe anche finire qui: l’amico millanta il suo kamasutra e tutto rientra nella normalità della vita pendolare. Ma oggi è un giorno speciale. L’aria del vagone non ha il solito odore stantio, e respirarla dà la sensazione di immagazzinare energia. E così l’amico non millanta.

Il racconto continua nell’ebook gratuito “In viso veritas”, scaricabile gratuitamente dal blog de I Discutibili.
Ringrazio i ragazzi del blog per averlo selezionato per questa loro raccolta di racconti sulla “verità”.

Una doverosa precisazione…
Una prima versione di questo racconto l’avevo scritta per Il Pendolo e sarebbe dovuta uscire per l’anniversario della morte di Pippo Fava (giornalista siciliano ucciso dalla mafia). L’idea di fondo è infatti la stessa del suo racconto “La verità”, cui voleva essere un tributo.
Il caso ha voluto che, proprio dopo averlo finito di scrivere, sia venuto a conoscenza del concorso de I Discutibili: era troppo in tema per non partecipare.

Il racconto di Fava potete trovarlo nel (bellissimo) libro “Un anno”.
Ecco, ora mi sento a posto con la mia coscienza.

Scarica gratis l’ebook di racconti “In viso veritas”

Le cuffie

Cuffie

Nel gruppo di ragazze c’era sempre la fortunata con un giradischi portatile.
Si andava “a fare la monda”: un lavoro duro. Schiena piegata a raccogliere riso, piedi in ammollo che promettono future artriti.
Divertirsi era un dovere, farlo insieme una necessità, farlo ballando in qualunque piazzale lo rendesse possibile una bellezza.
Poi arrivò il benessere. Niente più mondine e, qualche anno dopo, niente più giradischi.

— Vai pure dove vuoi, Società: io ho il mio walkman. Vai, società, vai! (Marco Paolini, Io e Margaret Thatcher)

Nel gruppo di ragazzi in gita scolastica tantissimi hanno un walkman.
Divertirsi è un dovere verso le regole comuni, farlo in discoteca ascoltando musica orribile è una necessità per la perpetuazione della specie, farlo ballando in modo ridicolo è un impulso dettato dagli ormoni impazziti dell’adolescenza.
Ma quando vuoi ascoltare musica, vera musica, musica tua, c’è il walkman e un paio di auricolari. Uno per orecchio, in teoria, ma in pratica in gita un orecchio lo si sacrifica e un auricolare va alla bella di turno o, se tutto va male (e in gita con le coetanee va sicuramente male) con un amico scroccone.

Nel gruppo di pendolari universitari in molti hanno le cuffie, atomiche.
Ognuno le proprie cuffie, ognuno la propria musica, ognuno le proprie playlist.
E tutti, ciascuno secondo il proprio ritmo, ondeggiano la testa, dicendo sì ad un imprecisato futuro.

Ma poi non è neanche vero che la playlist è propria: verrà condivisa sui social network, se ne parlerà con gli amici, dentro e fuori Internet, con quelli rimasti vicini per mancanza di coraggio e con quelli che sono andati a fare la monda all’estero. Si conosceranno note e affetti in modi incomprensibili agli anziani.
Divertirsi resterà un dovere, farlo insieme una necessità e la bellezza sopravviverà in nuove orecchie, in nuovi modi.

Case

In treno si legge, si ascolta musica, si scrive si chiacchiera, si lavora.
Ma a volte si riesce anche a vincere l’horror vacui e si sta semplicemente ad osservare la pianura dal finestrino.
La tratta Millemondi – Agreste non offre grandi diversivi: niente mare, niente montagne, solo un’eterna pianura.
Campagna tanta, ma anche case.
Serrande chiuse, dei fortunati che dormono ancora o degli sfortunati che già trottano.
Luci accese di famiglie felici che fanno colazione. O di vecchi che da soli sorseggiano il latte davanti ad un telegiornale.
Oppure famiglie distrutte. Finisci quella cazzo di colazione ché dobbiamo uscire!
Macchine ferme da riparare. Macchine già in tangenziale a smadonnare. Macchine in partenza, ultimo bacio, buona giornata.
Migliaia di piccoli oggetti, specchio di mille anime, che ogni mattina affrontano questo mondo di uomini e topi.
Di solito in treno preferisco leggere o scrivere: guardare dal finestrino mi fa percepire il bellissimo e spaventoso abisso dell’infinito.

Binari

Una ragazza ed un ragazzo stanno aspettando il treno nella piccola stazione di Agreste.

Sono le 7.50 di un caldo mattino di luglio. La stazione a quest’ora e in questo periodo è tranquilla. E’ cessato il vociare dei liceali ed è diminuito anche il ciarlare dei lavoratori: i più fortunati sono già in ferie. Dei più giovani, resiste solo qualche universitario che non ha ancora dato tutti gli esami. Tra questi, loro due.

La ragazza ed il ragazzo non si conoscono.
Lei è nata e vissuta ad Agreste. Ha alle spalle generazioni di contadini felici del loro poco. Ha nella bocca ancora il sapore dell’uva rubata in un’infanzia non troppo lontana. Ha nella rubrica del cellulare il numero di tutti i coetanei del paese, con i quali ha condiviso almeno un anno di vita scolastica. Tutti meno quello di lui.
Lui è nato lontano. Anche lui ha sangue contadino ma è sangue amaro, di generazioni del Sud Italia che hanno coltivato argilla, di nonni che sanno cos’è la fame, di genitori che non volevano più patirla e per questo sono fuggiti.

Sono le 7.51. Il suono di una campanella indica che il passaggio a livello nei pressi della stazione si sta chiudendo.
La ragazza ed il ragazzo sono pendolari esperti: sanno che questo vuol dire che tra tre minuti esatti il treno arriverà in stazione. Devono sbrigarsi se vogliono terminare il capitolo del libro che ciascuno di loro sta leggendo. Entrambi ci tengono molto: completare la lettura del capitolo prima di chiudere il libro soddisfa il loro senso d’ordine.

Lei sta leggendo un libro di Andrea Camilleri. Lui uno di Agatha Christie.
Entrambi amano i gialli. Entrambi amano l’idea che dal disordine di una morte violenta si possa arrivare, con la sola forza della razionalità, all’ordine di un movente, un’arma e una modalità coerenti. E all’ultima parola dell’ultimo capitolo, il sacrificio di un assassino riporterà tutto alla normalità.
Ma i due non sanno di questa loro passione comune: entrambi usano un ebook reader che nasconde loro le copertine e rende impossibile cogliere questo legame.

Sono le 7.53. Il treno trova alla stazione di Agreste una ragazza ferma ai limiti della linea gialla, un ragazzo poco dietro e poche altre donne e uomini da ospitare nel proprio ventre.
Si aprono le porte, una manciata di viaggiatori scende dal treno, un’altra manciata riempie i vuoti che si sono appena creati.
La ragazza ed il ragazzo si siedono vicini, l’una di fronte all’altro. Gli altri viaggiatori si spargono qua e là e si perdono dietro libri, cellulari, lettori mp3 e qualunque altro aggeggio che possa lenire l’horror vacui dei viaggi in treno.

La ragazza ed il ragazzo si conoscono.
La scena di oggi si ripete da due anni, con le poche varianti dovute al rincorrersi delle stagioni e degli eventi atmosferici: piccoli dettagli che rendono sopportabile l’eterno ritorno che sono le vite dei pendolari.
Non sanno nulla l’una dell’altro ma i loro visi sono ormai reciprocamente familiari. Tanto che a volte viene quasi loro istintivo salutarsi, istinto che reprimono all’ultimo istante.

Alle 8.01 i due sono immersi nuovamente nella lettura. La posizione comoda e il senso del dovere li ha spinti ad accantonare i romanzi per immergersi nello studio. Chini sui libri, osservano figure, leggono e rileggono paragrafi, evidenziano parti salienti, annotano punti da approfondire.
Il libro di lei descrive minuziosamente tessuti, apparati e nervi del corpo umano.
Il libro di lui elargisce dati e spiegazioni circa processori, schede e cavi.
La ragazza studia medicina. Il ragazzo informatica.
Entrambi per lo stesso motivo. Adorano l’illusione che da un piccolo sintomo si possa risalire ad una cura, da un piccolo rallentamento all’eliminazione di un bug potenzialmente distruttivo. E’ un disperato bisogno di mettere ordine e dominare il caos, come nelle indagini dei loro gialli.

Alle 8.12 il treno si ferma a Caserosse, una fermata intermedia. L’inerzia della fermata scuote i passeggeri.
Nel vagone qualcuno si alza, ci sono saluti sparsi di commiato, saluti sparsi di benvenuto.
Per colpa della frenata, a lei cade l’evidenziatore. Lui lo raccoglie. Si guardano.
Lei sorride.
Lui sorride.

Lei è bella, di una bellezza timida, sottovoce. Capelli neri, a caschetto. Maglietta bianca, tinta unita. Pantaloncini rossi, tinta unita. Sandali colorati ma senza fronzoli. Il suo aspetto è un muro bianco, pulito ma che sembra non voler comunicare nulla, che comunica timidezza e insicurezza.
Lui non è brutto. Ha una leggera barba incolta e un principio di calvizie. Viso e corpo ormai quasi da adulto. E’ magro ma è stato grasso da ragazzino. E se sei stato grasso nell’età dei bulli, sei grasso per tutta la vita. Gli basterebbe poco: un po’ più di cura per sé stesso. Veste abiti sporchi, evidentemente scelti a caso. Comunica incomunicabilità, comunica timidezza, che nasconde senso di inferiorità, che nasconde senso di superiorità, che nasconde altro senso di inferiorità e così via in un ciclo infinito.

Passa un controllore che, senza grande voglia, prende a rassegna i biglietti dei passeggeri.
Da’ un’occhiata alla ragazza ed al ragazzo. Li riconosce come pendolari abituali. Sa che hanno un abbonamento annuale: passa oltre e conclude il suo giro di ispezione.
Oggi hanno tutti li biglietto: per oggi nessun litigio, nessuna rissa, nessuno scontro a fuoco.

Il treno riparte mentre il ragazzo ha ancora l’evidenziatore in mano.
Lei ha alle spalle una serie di storie d’amore stupide. Non lo sa ma è alla ricerca di un adulto bambino, da accudire, da forgiare e da amare teneramente. Finora però ha trovato solo bimbi aggressivi, che sfogano sul suo bell’aspetto l’esplosione ormonale di una tarda adolescenza e che lei, con la presunzione di tante donne, si illude ogni volta di poter cambiare.
Lui è davvero un bambino bisognoso di cure. Ha una sola storia alle spalle. Ha impiegato due anni per trovare il coraggio di dichiararsi e due mesi per farle concludere che non era ancora pronto per una relazione adulta.

Lui le porge l’evidenziatore.
– Grazie – dice lei.
– Niente – dice lui.

Sono le 8.21. Il treno attraversa un sottopasso. E’ il segnale che tra pochi minuti il viaggio sarà finito.
I due ripongono matite ed evidenziatori negli astucci, libri e quaderni negli zaini. In contenitori simili scompaiono anche le varie forme di intrattenimento degli altri passeggeri. La piccola bolla di immobilità nella frenesia dei propri impegni sta per scoppiare. La parentesi sta per chiudersi.
I viaggiatori occasionali sono già in piedi davanti alle porte d’uscita. I pendolari abituali si godono ancora per un poco gli agi dei sedili e dell’aria condizionata.

I due fissano il finestrino.
Conoscono ormai ogni singola finestra di ogni singola casa che li separa dall’arrivo.
Ma oggi non vedono niente di ciò che il vetro trasmette.
Oggi fissano il vuoto, persi nei loro pensieri: l’unico luogo dove il dialogo tra loro è stato molto più fitto e l’esito finale è ancora aperto.

Sono le 8.23. Il treno arriva alla città di Millemondi, il capolinea di questa corta tratta regionale.
La ragazza ed il ragazzo si avvicinano all’uscita.
Ormai i sedili sono vuoti. Una piccola folla si mette ordinatamente in fila. Si spegnono anche quei pochi focolai di discussioni spersi qua e là, contro il caldo, contro l’aria condizionata, contro il lavoro, contro la vita.
Le porte si aprono, la folla scende. Tra loro la ragazza ed il ragazzo.
Ad accoglierli il caldo afoso della città, il classico gruppetto di anonimi pendolari in attesa di percorrere il tragitto inverso e i rispettivi impegni di studio.

Il ragazzo e la ragazza si separano, ognuno verso la propria facoltà e il proprio destino.
Lei dopo la laurea troverà lavoro presso l’Ospedale di Millemondi. Ci lavorerà per cinque anni. Poi troverà la sua ragione di vita in un pargoletto arrivato inaspettatamente, che la legherà all’ennesimo uomo sbagliato e le farà perdere il posto di lavoro.
Lui emigrerà, come gli detta il suo sangue. Farà carriera negli Stati Uniti: si farà un nome nel proprio ambito. E dedicherà ogni attimo della sua vita al lavoro, cercando così di colmare un imperscrutabile vuoto, di cui a lui per primo sfugge l’origine.

Si incontreranno di nuovo oggi pomeriggio nel treno di ritorno.
Non si incontreranno mai, tristi binari di vite parallele.


Questo racconto doveva uscire quasi un anno fa ma si è inceppato negli interstizi del mio hard disk. A posteriori posso far finta che partecipi al “Non EDS immaginario” della Donna Camél.

Ecco il treno lungo lungo

Ecco il treno lungo lungo che attraversa la città. Lo vedete lo sentite: ecco il treno, eccolo qua!

E attraversa anche il parco giochi di Agreste in questo sabato mattina: dopo mesi di letargo si intravede un primo spicchio di sole e, come drogati in astinenza, genitori e figli invadono ogni metro quadro di verde pubblico.

Oggi non si pendola e quindi anch’io sono qui tra tossici grandi e piccoli. E vedo il treno da fuori e dagli occhi dei bimbi, che appena lo scorgono all’orizzonte corrono in massa aggrappandosi alla recinzione che (fortunatamente) li separa dai binari.

E restano lì, chi a bocca spalancata, chi urlando, chi salutando, chi in braccio per godersi meglio questo spettacolo, che, nonostante la tecnologia che avanza, non passa mai di moda.

Il treno risponde ai saluti con rumorosi fischi che mandano i fan in visibilio. Poi piano piano raggiunge la parte opposta dell’orizzonte e il piccolo assembramento si ridà un contegno.

Mio figlio di due anni continua a recensire l’esibizione con generose lodi.
Mia figlia, dall’altro dei suoi cinque anni e dalla sua genetica iper-razionalità, chiosa: “Sì, vabbe’, è solo un treno…”

Regalo di Natale in ritardo

Piove. Da tre mesi. L’umore fa a gara di grigiume con il cielo. Arrivo in stazione e distrattamente apro la porta del treno che mi sta aspettando. E vengo travolto da una luce accecante.

Il coro dei Cherubini manca: l’unico Cherubini che canta qui viene dall’iPod di un trentenne. Ma la visione è comunque da terzo tomo della Divina Commedia.

Chiudo gli occhi.
Li riapro.
Li richiudo.
L riapro ancora.
Non ci credo.

Abbiamo un treno nuovo.

Niente più ressa in piedi: c’è posto per tutti. Basta urla blasfeme quando hai un passeggino: la porta si apre allo stesso livello del marciapiede. E in più è elettrico, come quello che avevo da bambino.

Certo c’è ancora qualche limatura qua e là da fare. Il plasma che dovrebbe segnalare la prossima stazione dà solo un laconico Waiting stream from server. E i led che dovrebbero comunicare l’ora, ci danno in modo impudico il loro indirizzo IP (il che è apprezzato dagli informatici, un po’ meno dagli altri viaggiatori).

Inoltre la parte più razionale di me continua a ripetere al resto del cervello: è una tratta della Regione, che avrebbe l’obbligo morale di favorire la mobilità sostenibile e quindi di coccolare noi pendolari del treno.

Ma queste inezie non riescono a togliere a me e agli altri passeggeri un sorriso ebete: Babbo Natale, fuori stagione, ci ha portato il trenino nuovo.

La ragazza con il freno a mano

E’ alta e magra, diafana. I capelli neri, lunghi, lisci e curatissimi sono una delle sue poche concessioni alla civetteria, insieme ad una borsa all’ultima moda. Il resto del vestiario è sciatto: non lo sciatto studiato dregli universitari, bensì lo sciatto involontario dei lavoratori sempre di corsa. Una sorta di Mortisia Addams ma senza sensualità.

Si accompagna sempre con un gruppo di amiche (e probabilmente colleghe) ma tende, nel loro chiacchiericcio continuo, ad avere il ruolo passivo di ascoltatrice, annuendo con convinzione quando si parla del mal d’essere del vivere d’oggi e facendo una risata trattenuta quando viene fuori una battuta sguaiata.

E’ un fascio di energie in potenza.

A volte vedendola desidererei che un amore, un uomo, una donna, un sogno, la strappino da quel sedile e la scaraventino nella vita reale, lontano chilometri da questa esistenza vissuta eternamente con il freno a mano tirato.

Prima che sia troppo tardi, che i suoi lineamenti si irrigidiscano, nel grugno triste di una vecchia zitella.

Dov’è la vita?

Bella la vita, che viene e va. Ma cos’è la vita?

Un sogno, secondo alcuni, una condanna secondo altri.
E quante sono le vite? Una e poi ci sono Paradiso o Inferno; innumerevoli fino all’ultima reincarnazione; infinite o infinitamente la stessa in un Eterno Ritorno.

E quando inizia? Quando finisce?
Medici, religiosi, filosofi, atei litigano da millenni sull’argomento.

Ma una domanda se la pongono in pochi: dov’è la vita?

Almeno a questa domanda, da oggi so rispondere, grazie ad un foglio scritto a penna con una scrittura femminile e affisso sul finestrino del vagone dove sedevo oggi:

Ho smarrito il mio telefonino rosa, marca Tal Dei Tali, modello Y Super Fescion. Chi lo ritrova, mi chiami al numero xxx xxxxxx. Prometto ricompensa.
Vi prego: c’è dentro tutta la mia vita.

Essere donna oggi

Due ragazze in vagone, due amiche. Pochi anni di differenza, un dialogo tra tanti.

– Hai già deciso che specialità prendere?
– Non ancora. Sto valutando. Ero attirata da Chirurgia muscolare. Ma quella parola… “Chirurgia”… mi blocca.
– Ti impressiona?
– No, figurati, dopo quattro anni di medicina… Non è quello. E’ che mio padre è chirurgo. Non avrei neanche fatto Medicina, se non avessi avuto la relativa tranquillità che ci sarebbe stato lui a darmi una mano dopo l’Università. Il fatto è che tramite lui vedo cos’è medicina per le sue colleghe donne.
– In che senso?
– Io voglio lavorare ma voglio anche dei figli, una famiglia. Non mi prendere in giro anche tu…
– No, no, capisco. Non ho questa smania di sposarmi, ma ho trent’anni e inizio a sentire che la finestra entro cui avere figli si fa via via più piccola. Ma che faccio? Anche finendo l’Università, o io o lui dobbiamo trovare lavoro. Io non voglio farmi mantenere dai miei. E non ho chi può darmi una spinta…
– Guarda, non so neanche più se mio padre può darmela questa spinta, se è per questo. Io le ho viste le sue colleghe, ti dicevo: una carriera stroncata perché sono rimaste incinte. Un odio da parte di superiori e colleghi, come se avere figli fosse un crimine. Per questo non voglio fare chirurgia…
– Perché pensi che dalle altre parti sia diverso?

Questa, cari posteri, era l’Italia nell’anno del Signore 2014.

2 agosto 1980

By Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari

Sono Angela. Ho tre anni. Da grande voglio guidare il trattore del nonno.
Domani parto con la mamma. Andiamo al Lago di Garda.
Mamma dice che è bello. Sono contentissima.

Sono Cristina e mi girano le palle.
Non capisco perché questo bigliettaio non si fa i cazzi suoi.
Siamo in vacanza, tutti d’accordo ad andare a Parigi, tutti d’accordo a partire domani.
E invece no: questo bigliettaio sta qui a rompere il cazzo, a dire che il 2 agosto mattina a Bologna ci sarà un casino della madonna, che dovremmo rinviare alla sera o all’indomani. E i miei lo stanno pure a sentire.
Bigliettaio, ti odio: mi ricorderò di te per tutta la vita.

Sono Giovanna e sono incazzata.
Lo so che dovrei essere in biglietteria, che è già il 2 agosto e che tra pochi giorni si parte. Ma ho litigato con Andrea, di nuovo. I biglietti possono aspettare: vado da Antonella, ho bisogno di sfogarmi con qualcuno. E magari ci andiamo anche a prendere qualcosa al bar: la vita è breve e bisogna godersela.

Sono Onofrio e sono felice.
Certo, fare il guardiano alla stazione di Porretta non è proprio ciò che sognavo nella vita.
Ma sono felice lo stesso: domenica arriva Ingeborg, la mia fidanzata. E poi via: la nostra vacanza in Sicilia.
Intanto però sono qui, sul primo binario della stazione di Bologna. Con un caldo porco ed un treno per Porretta che non arriva ancora.
Forse avrei dovuto andare a bere qualcosa con i colleghi che mi avevano invitato.

Sono Mauro e mi piace leggere. Infatti sto leggendo anche adesso, mentre sono nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, in attesa del mio treno che ha un’ora di ritardo. Franco, il mio amico, è appena uscito dalla sala.
All’improvviso smetto di leggere, guardo in su e il cielo cade.

Sono Giorgio e qualcuno o qualcosa mi sta riempiendo di pugni. Non so cosa sta succedendo. So solo che un minuto fa ero qui a ridere con Natalia e Manuela, mia moglie e mia figlia. So solo che Manuela stava partendo per la colonia estiva ed eravamo tutti allegri. E ora ho il soffitto che si è trasformato in un pugile e picchia forte alla schiena. Dov’è Manuela? Dov’è Natalia?

Sono Nazzareno e sono il primo ad essere tirato fuori dalle macerie. Venivo da Milazzo, in Sicilia, dove lavoravo. E andavo a Caltana, in Veneto, da mia moglie e i miei figli. Tutti mi dicevano che era buffo il mio essere emigrante al contrario. Non me ne sono mai lamentato. Ma ora non lo trovo più tanto buffo.

Sono Velia e sono incinta. Diranno che la vittima più piccola sarà Angela, tre anni. Ma è vero a metà.
La vittima più piccola è nella mia pancia.
Io sono già morta, lei ancora no. Piange lì dentro da sola e nessuno la sente.

Sono Amelia, la bambola rossa di Sonia. Stavamo correndo insieme pochi secondi fa. Mi teneva stretta stretta a lei.
Adesso ha allentato la presa.
Ringrazio Dio di non avere occhi veri per vedere.

Sono Ugo e scavo nella sala d’aspetto di prima classe.
Sono uscito pochi secondi prima del boato.
Sono un miracolato e ho il dovere di scavare, anche se sono il primo qui a poterlo fare.
Ho visto Roberto: si può ancora salvare.

Sono Anna, ho 10 anni e sono sul dondolo con la nonna da un’ora. Dovrebbe essere il sogno di qualunque bimba.
E invece è l’ora più lunga della mia vita. La TV di nonna ha detto che c’è stata una bomba in stazione. E mamma forse era là. La aspetto da un’ora.
Ma ecco che arriva la macchina del babbo. E la mamma è accanto a lei. Era stanca ed è tornata un giorno prima, per stare un giorno sola con il babbo, senza di me. L’incubo di qualunque bimba. E invece sono contenta come mai prima.

Sono Agide e guido l’autobus 37. Sono sempre puntuale: se arrivi puntuale, stacchi puntuale.
Ora svolto e c’è la stazione.
No, non c’è la stazione. C’è una roba senza senso, senza forma. C’è solo grida, macerie, feriti.
Sono Agide e oggi non stacco puntuale: stacco dopo 16 ore di lavoro di seguito.
Sono Agide e non guido il 37: guido un’ambulanza, guido un obitorio.

Sono Giuseppe e sono svenuto. Chi cazzo ce l’ha fatto fare a me e mio fratello Antonio?
Volevamo fare i galletti. Erano carine quelle tre ragazze straniere a Rimini. Certo che vi accompagniamo a Bologna.
Sento che mi stanno portando via. Sento che ce la farò. Ma il sangue mi dice che Antonio no, non sarà così fortunato.

Sono Letizia e sono appena stata assunta al bar ristorante della stazione. Ero anche contenta, prima che mi stringessero la mano e mi dicessero “Bene, con te abbiamo rimpiazzato l’ultima”.
L’ultima.
L’ultima è Rita, Nilla, Katia, Franca, Euridia e Mirella. Lavoravano tutte lì, il 2 agosto 1980.
Sono appena uscita da quella stretta di mano e penso.
Non penso al mio nuovo lavoro ma neanche alla strage di Bologna. Penso a mio padre.
Penso a mio padre, che si svegliava la notte gridando, con gli occhi aperti nel buio. E negli occhi la sua prima moglie, i suoi primi figli, quando io non ero ancora nata. Negli occhi le SS a Monte Sole in quella che verrà ricordata come la strage di Marzabotto.
Penso a mio padre e alla sua seconda moglie, mia madre, che lo tranquillizzava: è passata, è finita la guerra, non succederà più. Mai più.
E invece è successa di nuovo, la guerra. Penso che ai poveri anche qui a Bologna fanno la guerra.
Mai più. Penso Mai più. E lo penserò per il resto della mia vita.

Sono Marco e sono nato ad un mese e mille chilometri di distanza dal 2 agosto 1980.
A Bologna è legato un pezzo importante della mia vita e dalla sua stazione sono passato tante e tante volte.
Ed è incredibile pensarla squarciata.
E’ incredibile pensare che non c’è ancora stata vera giustizia.
E’ incredibile pensare che a volte di pendolarismo si muore.


(I personaggi di questo post sono stati romanzati ma basati sui racconti veri raccolti da Bologna dueagosto – verso una memoria condivisa.
Fa eccezione solo Letizia: rinominata e romanzata anche lei ma che conosco davvero.
Grazie a lei e a tutti gli amici di Emergency riesco a scrivere questo post senza sconforto e con un po’ di speranza per il futuro.)


Con questo post non proprio vacanziero, tiro giù le serrande per un po’. Ci si risente a settembre.