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Miracolo sull’ETR 500

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Due ragazzini sono seduti in treno, uno di fronte all’altro. Parlano tra loro, con toni troppo alti. Come tutti i ragazzini, cercano il loro spazio nel mondo. O almeno il loro spazio acustico nel vagone.
Come tutti i preadolescenti cercano di rimodulare nuove voci e nuovi argomenti dentro corpi ancora di bambini.

– Allora, te la sei poi fatta Martina ieri?

Questa storia potrebbe anche finire qui: l’amico millanta il suo kamasutra e tutto rientra nella normalità della vita pendolare. Ma oggi è un giorno speciale. L’aria del vagone non ha il solito odore stantio, e respirarla dà la sensazione di immagazzinare energia. E così l’amico non millanta.

Il racconto continua nell’ebook gratuito “In viso veritas”, scaricabile gratuitamente dal blog de I Discutibili.
Ringrazio i ragazzi del blog per averlo selezionato per questa loro raccolta di racconti sulla “verità”.

Una doverosa precisazione…
Una prima versione di questo racconto l’avevo scritta per Il Pendolo e sarebbe dovuta uscire per l’anniversario della morte di Pippo Fava (giornalista siciliano ucciso dalla mafia). L’idea di fondo è infatti la stessa del suo racconto “La verità”, cui voleva essere un tributo.
Il caso ha voluto che, proprio dopo averlo finito di scrivere, sia venuto a conoscenza del concorso de I Discutibili: era troppo in tema per non partecipare.

Il racconto di Fava potete trovarlo nel (bellissimo) libro “Un anno”.
Ecco, ora mi sento a posto con la mia coscienza.

Scarica gratis l’ebook di racconti “In viso veritas”

E’ fantastico avervi a bordo!

The meeting with the expert

– Buongiorno. Come sapete, vi ho convocato per aggiornare il sistema di comunicazione vocale delle stazioni ferroviarie gestite da Trenitalia, nelle sue varie emanazioni. Suppongo che tra voi non vi conosciate: procedo con le presentazioni.
Alberto e Marco, di fronte a me, sono un commerciale e un tecnico di Nuance Italia, ex Loquendo, che si occupano della sintesi vocale che usiamo.
Alla mia sinistra c’è Roberto, responsabile marketing delle nostre stazioni.
Antonella, alla mia destra, è la nostra psicologa di fiducia.

Finiti i convenevoli, l’A.D. si alza e se ne va. Il gruppetto di sconosciuti si scambia occhiate imbarazzate. Per un attimo tutti gli sguardi si rivolgono verso Antonio. L’A.D. non ha dichiarato la sua qualifica e dal suo modo di vestire sembra un usciere. La tacita conclusione è unanime: sarà il solito raccomandato.

Roberto prende in mano la situazione:
– Allora… vi espongo il problema principale. I treni tardano, sono sporchi, affollati… Insomma, non vi sto qui a raccontare tutti i problemi dell’azienda: avrete viaggiato anche voi, no? La domanda è: visto che sono problemi che non possiamo risolvere, come possiamo ridurre l’impatto che ciò ha sui viaggiatori?
Abbiamo pensato che le comunicazioni vocali, così pervasive, possano fare la loro parte.
Antonella ha già fatto alcuni studi in proposito. Vediamo di partire da questi per arrivare alle conclusioni.

Roberto guarda Antonella: segnale di un passaggio di testimone. Antonella racchiude la timidezza in un colpo di tosse e incomincia, andando subito al nocciolo della questione:

– Salve a tutti. Non sto qui a tediarvi con la mia ricerca, che comunque potete trovare nella cartellina che vi abbiamo consegnato. Vi dico solo che ho analizzato tutte le comunicazioni che si sentono nelle nostre stazioni, evidenziando una serie di problematiche. Le modifiche da fare sono molte: andremo per piccoli passi. Partirei… dall’inizio.
Fa una pausa, sperando di suscitare un sorriso. Invano. Altro colpo di tosse e poi riprende.

– In un discorso, scritto o orale che sia, sappiamo che gli incipit sono importanti. Ho pensato che quindi potremmo iniziare la nostra discussione dalle prime parole che accolgono il viaggiatore sul treno. Devono metterlo a suo agio, fargli sentire che nonostante tutto ha fatto bene a scegliere il treno. Io avrei pensato a qualcosa come “E’ fantastico avervi a bordo!” o “Che bello che tu ci sia!”.

Roberto la ferma:

– E’ troppo: verrebbe percepita come una presa in giro. Io mi limiterei ad un “Buongiorno”.

– A soreta.

Tutti si voltano verso Antonio, che con tono serio e fermo ribadisce:

–  A soreta. Ciò che la prima parola deve suscitare è la risposta “A soreta”. O qualunque sia l’equivalente nel vostro dialetto. Il punto non è quale parola volete mettere… “Buongiorno” va benissimo. Ma il tono deve suscitare un “A soreta”. E’ liberatorio: fa bene al cuore.

Gli occhi di Roberto si illuminano e chiede ai rappresentanti dell’azienda che sviluppa la sintesi vocale:

– Si può fare?

– Certo – risponde Alberto – le nostre voci possono supportare singole parole dette con tono emozionale.

Marco, il tecnico, annuisce e, dentro di sé, piange.

MDEU (5/5)

Conclusione di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in unodei suoi habitat naturali: un treno per pendolari.

In questo trattato abbiamo descritto i Maschi Di Essere Umano, le loro attività principali, il loro accoppiamento e la loro struttura sociale.
La conclusione a cui siamo arrivati è che sia una specie curiosa ma poco interessante e, dal nostro punto di vista, praticamente innocua.
La Terra, il pianeta da essi abitato, ha un suo fascino e potrebbe diventare in futuro un’interessante meta turistica.
Data però la difficoltà che si ha nell’interagire con gli MDEU e la loro innata violenza e, vista la loro scarsa propensione all’autoconservazione, la nostra modesta proposta è di rinviare futuri sbarchi su questo pianeta, in attesa che l’MDEU si estingua (cosa che avverrà a breve) e predominino specie più evolute, come le formiche o le FDEU.

Riferimenti video-bibliografici

Scarica tutto il trattato

Se ti sei perso le puntate precedenti, fai prima a scaricare il PDF completo:
Scarica MDEU (formato PDF)

MDEU (4/5)

Crocodylus Pontifex

Quarta parte di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in uno dei suoi habitat naturali: un treno per pendolari.

La struttura sociale degli MDEU è rigidamente divisa in classi. Ciò è stato un problema ai fini di questo studio: nel treno, dove questo studio si è svolto, non si è mai vista una figura di spicco del branco. Come per l’accoppiamento, anche in quest’ambito si è dovuto procedere per congetture.

Gli MDEU, o perlomeno il branco studiato, sono governati da una minoranza chiamata Chiesa Cattolica. Il mito fondativo di questa elite ruota intorno ad un falegname vissuto duemila anni fa, che predicava la frugalità, il rispetto per tutti e l’uguaglianza tra MDEU; e per questo motivo è stato inchiodato a due legni. Come questo abbia portato all’attuale struttura sociale fortemente gerarchica, scarsamente inclusiva e con esponenti al vertice pieni di Fogli Di Carta, non ci è dato saperlo. Gli MDEU stessi glissano sull’argomento, chiamandolo “Mistero della Fede”.
La Chiesa esercita il suo potere attraverso due figure: i preti e gli onorevoli. Raramente abbiamo avuto modo di osservare i primi: si distinguono dagli altri MDEU per via di un diverso piumaggio, similare a quello dei pinguini. I secondi non li abbiamo potuti osservare affatto, ma dai discorsi degli altri MDEU deduciamo che non indossano alcun vestito per potersi accoppiare in qualunque momento (anche al di fuori dal periodo adatto e anche lontani dalla Riviera Romagnola).

Nella prossima parte: Le conclusioni.

MDEU (3/5)

QuarkTerza parte di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in uno dei suoi habitat naturali: un treno per pendolari.

L’accoppiamento è presente spesso nelle comunicazioni tra MDEU ma poco nella loro vita reale. Nell’habitat studiato, ad esempio, non abbiamo avuto modo di vedere una femmina di MDEU. Infatti, sebbene a volte in treno abbiamo assistito a scene che potrebbero apparire di corteggiamento, l’oggetto di tali atteggiamenti era un’esemplare di una specie talmente più evoluta da risultare difficile credere che sia il corrispettivo femminile dell’MDEU. Quanto segue, quindi, è frutto di pure congetture derivanti dalle comunicazioni tra esemplari della specie analizzata.

L’MDEU si accoppia esclusivamente nella stagione calda. In quel periodo, come il salmone, l’MDEU compie ardui tragitti recandosi in un luogo votato al corteggiamento. Tale luogo è inospitale, insalubre e non adatto a qualunque altra attività. Gli MDEU lo chiamano Riviera Romagnola.
Il corteggiamento vero e proprio è similare a quello dei pavoni, solo un po’ più rozzo. La femmina si pone sopra un cubo e il maschio si dimena di fronte a lei. Il più prestante o quello con più Fogli Di Carta prevale e ha il diritto di accoppiarsi.
Dopo la procreazione, l’MDEU disconosce i cuccioli ed il loro accudimento è compito esclusivo della femmina. Questo in parte potrebbe spiegare l’assenza di femmine di MDEU in treno.

Nella prossima parte: Organizzazione sociale degli MDEU.

MDEU (2/5)

Star Wars soccer

Seconda parte di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in uno dei suoi habitat naturali: un treno per pendolari

La seconda attività degli MDEU consiste nel procacciarsi Fogli Di Carta (FDC).
Questi FDC non sono commestibili, sono anti-igientici e non sono neanche belli esteticamente, eppure sembrano avere molta importanza per l’MDEU medio.
L’MDEU occupa molto del suo tempo ad attività finalizzate all’ottenimento di questi Fogli oppure al loro furto. Questi FDC sono anche al centro di molte comunicazioni tra MDEU: come ottenerli, come non cederli a terzi ma paradossalmente anche quanto siano antipatici gli MDEU che ne possiedono tanti.

Dopo le esigenze primarie (non sentirsi stupidi, procacciarsi fogli di carta, mangiare, bere ed andare di corpo) ma ben prima prima di quelle legate alla sopravvivenza della specie, l’MDEU si occupa di qualcosa chiamato “Calcio”.
Il Calcio è il terzo grande mistero del pianeta Terra (il secondo è la Morte ed il primo è la Formula Uno).
Il Calcio consiste nell’osservare ed ammirare una scatola che mostra 22 miliardari che danno calci ad una sfera. Si definiscono miliardari altri maschi che hanno tantissimi FDC: ciò contraddice il punto precedente, ma, come già detto, il Calcio ha un che di insondabile.
Le comunicazioni che vertono sul Calcio sono piene di suoni che non sono ancora riuscito a decifrare, come ad esempio “fuorigioco”, “zona cesarini” o “arbitro cornuto”. Spesso tali comunicazioni sono strettamente legate all’attività primaria, quella di non sembrare stupidi, tendenzialmente tramite l’uso della violenza verbale.
Una minoranza di MDEU, della categoria “homo sinistroide sfigatus” si occupa non di Calcio, bensì di “Politica”. La Politica è u ‘attività similare al Calcio ma senza l’uso di una sfera.

Nella prossima parte: l’accoppiamento dell’MDEU.

MDEU (1/5)

Il Pianeta Verde

La Terra è un pianeta vasto e tollerante. Il che l’ha resa ospitale per le forme di vita più varie. Alcune sono magnifiche e rendono la vita su di esso degna di essere vissuta, altre decisamente meno. Non tanto per motivazioni estetiche, quanto perché i loro comportamenti sono incomprensibili e tendenti al pericoloso.

Una di queste specie è comunemente chiamata Maschio Di Essere Umano (MDEU).
Ho svolto i miei studi in uno dei loro habitat: un treno per pendolari. La postazione, sia pur limitata, ha reso agevole studiarli senza correre il rischio di contatti troppo ravvicinati.
Quello che segue è un breve trattato sui loro strani rituali e i loro curiosi idiomi.

L’attività principale degli MDEU è “non apparire stupidi”. Tale attività li impegna molto più di quelle strettamente legate alla sopravvivenza. Paradossalmente, l’eccessivo applicarsi a questa attività li fa apparire stupidi.

A titolo esemplificativo ma non esaustivo, prendiamo una sottospecie di MDEU: il Maschio di razza Incazzato Invano (homo furens scatsens).
L’homo furens scatsens, per nascondere la sua insicurezza, racconta continuamente di minacce che ha rivolto ad altri suoi simili.
I suoi versi sono facilmente identificabili per i toni usati e perché iniziano tutti con il suono “La prossima volta”. Qualche esempio:

  • La prossima volta lo meno.
  • La prossima volta gli rigo la macchina.
  • La prossima volta mi licenzio.

La coerenza tra quanto dice e quanto fa, per sua fortuna, è risibile. Tale caratteristica è accentuata nell’homo furens scatsens ma è comune a tutti gli MDEU.

Nella prossima parte: le altre due attività principali dell’MDEU (i Fogli Di Carta e il Calcio).

Noi non ci saremo

Apocalisse morbida, by Lorenzo D'Uva

La fine del mondo arriva senza preavviso.

Una persona previdente come me dovrebbe avere un progetto anche per queste occasioni.
Mi immaginavo l’apocalisse con accanto mia moglie e i miei figli, tutti stretti vicini in attesa dell’ineluttabile. O almeno abbracciato ad uno sconosciuto che il caso ha voluto al mio fianco nell’ora in cui si è tutti fratelli.
Supponevo che sarebbe arrivato dopo settimane passate a vedere in televisione un capo di stato che schiuma rabbia o a premere compulsivamente il pulsante per aggiornare una pagina con le ultime notizie.

E invece arriva così, alle 18.03 di un pigro martedì pomeriggio. Forse per opera di Vogon provenienti dallo spazio o di un soldato ubriaco che ha fatto partire un missile.
Penso questo mentre il mio treno è appena partito e il mio vagone è vuoto.
E’ l’ora in cui i pendolari di solito tornano a casa e agosto è ancora troppo in là a venire.

C’è solo una spiegazione logica: sono l’ultimo Uomo sulla Terra.
Sono arrivato leggermente in anticipo, prima degli altri passeggeri. Forse il treno è stato verniciato da un’azienda della Camorra, che per la vernice ha usato qualcosa preso da una discarica abusiva, con chissà quali proprietà che per il più fortuito dei casi mi ha protetto dalla bomba. Sì, una di quelle bombe dei libri di fantascienza (che ora mi pento di non aver mai letto): una bomba che uccide le persone e lascia intatte le infrastrutture.

Ma se è andata così (e sicuramente è andata così), chi sta guidando il treno?
Mi alzo febbrile e vado verso il locomotore. Apro la porta che dà sulla cabina di comando.
I sopravvissuti siamo due.

Lo riconosco. Pochi capelli, alto una mano più di me. Sguardo mai cattivo, mai cordiale.
– Mi scusi…
Sembra più nervoso i me. È attaccato al telefono, non parla, ascolta solo. Rumori indistinti. Sembrano urla.
Con un gesto della mano azzera il volume della mia voce.
Prendo fiato e riprovo:
– Le chiedo scusa ma…
– Zitto, cazzo!
Senza staccare l’orecchio dal telefono mi chiude la porta in faccia.

Trascino i piedi verso un sedile imprecisato. Guardo attraverso il finestrino.
Il Mondo sembra normale, a parte la totale assenza di forme di vita di razza umana.
Il silenzio è una presenza palpabile. Con il passare del tempo prendo confidenza con esso e lo sento scalfito da voci lontane, due vagoni più in là. Corro trascinato dalle orecchie e arrivo alla fonte.
I sopravvissuti siamo quattro.

Si aggiungono due amici, che non parlano italiano e che mi guardano con sgomento.
Arretro. Capisco. Arabi.
Gli arabi hanno invaso il nostro Paese.
Il treno si è fermato ad una stazione ed è salito un altro loro compatriota.
Non è la fine del mondo: solo della mia Nazione. Armi chimiche, suppongo.

Cerco di guadagnarmi l’uscita ma non faccio in tempo: il treno riparte.
Ho un invasore alle spalle e due di fronte. Li prendo di sorpresa: corro e riesco a raggiungere il terzo vagone.
I sopravvissuti siamo tre, di uguale numero con gli invasori.

Nel terzo vagone c’è una ragazza.
È assorta a guardare il suo telefonino ma sembra tranquilla: la sua serenità in parte mi contagia.
È con un tono quasi normale, sia pur scalfito da una gran voglia di piangere, che le chiedo:
– Ti prego. Dimmi che sai cosa è successo!

Lei mi guarda complice. E replica con foga e indignazione, ma senza paura:
– Guarda, uno schifo…  ha segnato l’Uruguay. Mi sa che noi non ci saremo nelle prossime partite del Mondiale.
Mi porge il suo smartphone, il cui schermo annuncia la disgrazia.
Guardo il testo della notizia senza riuscire a distinguere lettere e parole. Le mie mani tremanti le riconsegnano il telefono.

Già. I mondiali di calcio.
Mi volto e guardo di nuovo attraverso il finestrino: vedo il sole, che percorrerà ancora mille stagioni, e il mondo, che per mille secoli almeno ancora percorrerà gli spazi di sempre, in compagnia di questo discendente dalle scimmie, che si suppone sia la forma di vita più evoluta.

I custodi del lunedì mattino

(Racconto non pendolare)

Il primo sole del mattino filtra dalle fessure della serranda, supera il futile ostacolo della zanzariera, oltrepassa il vetro e sorprende Anna e Michele ai bordi del letto.

– Albeggia. Sbrigati! – urla sussurrando Anna.
Ettomi, ettom… – un piccolo tonfo riecheggia nella casa.
– Michele! Guarda cos’hai combinato! E chi lo dice a Peter domenica prossima?

Michele non replica. Afferra il contenitore caduto e con le mani cerca di racimolare quel piccolo tesoro sparso per terra. Lo raccoglie a manciate e lo rimette al suo posto.
Appena ritiene l’operazione conclusa, porge il contenitore pieno ad Anna.

Etto. No pianti. No dici niente Peter.

Anna, invece di rispondere, si volta verso il letto e cambia espressione ed argomento:

– Guardali, come dormono esausti. Che cuccioli. Mi chiedo come farebbero ad affrontare l’intera settimana senza di noi.

La luce del sole si fa sempre più forte. Anna si rende conto che deve sbrigarsi.
Raccoglie dal contenitore una piccola manciata di polvere di stelle e, con fare solenne, la sparge sul capo di Mamma e Papà.
Strofina le dita fra di loro, per riversare sul contenitore ogni piccolo avanzo rimasto attaccato alla sua pelle: non va disperso neanche un atomo di quel tesoro.
Infine copre con la mano il contenitore e si dirige a passi affrettati ma leggeri verso la propria stanza.
Come l’ombra di un paperotto, Michele segue il percorso della sorella.
Dietro di loro, vicino al letto, per terra, lasciano ignari un piccolo indizio.

La luce è quella del giorno pieno ora. Mamma e Papà aprono gli occhi. Si stiracchiano. A fatica riprendono contatto con i colori, con i ricordi, con la realtà tutta.
La Mamma segue il cono di luce che proviene dalla finestra e si schianta per terra. Sorride. Fa un cenno al Papà. Vedono l’indizio. Ma non lo vedono.

Si alzano. Papà si dirige in camera dei bimbi.
Sussurra: – Anna? Michele?…
Parla: – Ma sapete cosa c’è in camera? Dai svegliatevi! Il sole, passando dalle fessure e dal vetro, ha formato un piccolo arcobaleno per terra.
Anna? Michele?
Urla: – Amo’, li svegli tu questi due? Ogni lunedì la stessa storia. Non c’è verso di tirarli giù dal letto!


Questo racconto partecipa all’EDS L’Arcobaleno della Donna Camel (l’arcobaleno non è intero, va bene lo stesso? 🙂 ).
Chiedo perdono per la mielosità: oggi è il compleanno di mio figlio 🙂

Le regole dell’EDS:

  • 1 arcobaleno intero
  • 20 grammi di magia non di più
  • 1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere

Il racconto è in buona compagnia con:

Binari

Una ragazza ed un ragazzo stanno aspettando il treno nella piccola stazione di Agreste.

Sono le 7.50 di un caldo mattino di luglio. La stazione a quest’ora e in questo periodo è tranquilla. E’ cessato il vociare dei liceali ed è diminuito anche il ciarlare dei lavoratori: i più fortunati sono già in ferie. Dei più giovani, resiste solo qualche universitario che non ha ancora dato tutti gli esami. Tra questi, loro due.

La ragazza ed il ragazzo non si conoscono.
Lei è nata e vissuta ad Agreste. Ha alle spalle generazioni di contadini felici del loro poco. Ha nella bocca ancora il sapore dell’uva rubata in un’infanzia non troppo lontana. Ha nella rubrica del cellulare il numero di tutti i coetanei del paese, con i quali ha condiviso almeno un anno di vita scolastica. Tutti meno quello di lui.
Lui è nato lontano. Anche lui ha sangue contadino ma è sangue amaro, di generazioni del Sud Italia che hanno coltivato argilla, di nonni che sanno cos’è la fame, di genitori che non volevano più patirla e per questo sono fuggiti.

Sono le 7.51. Il suono di una campanella indica che il passaggio a livello nei pressi della stazione si sta chiudendo.
La ragazza ed il ragazzo sono pendolari esperti: sanno che questo vuol dire che tra tre minuti esatti il treno arriverà in stazione. Devono sbrigarsi se vogliono terminare il capitolo del libro che ciascuno di loro sta leggendo. Entrambi ci tengono molto: completare la lettura del capitolo prima di chiudere il libro soddisfa il loro senso d’ordine.

Lei sta leggendo un libro di Andrea Camilleri. Lui uno di Agatha Christie.
Entrambi amano i gialli. Entrambi amano l’idea che dal disordine di una morte violenta si possa arrivare, con la sola forza della razionalità, all’ordine di un movente, un’arma e una modalità coerenti. E all’ultima parola dell’ultimo capitolo, il sacrificio di un assassino riporterà tutto alla normalità.
Ma i due non sanno di questa loro passione comune: entrambi usano un ebook reader che nasconde loro le copertine e rende impossibile cogliere questo legame.

Sono le 7.53. Il treno trova alla stazione di Agreste una ragazza ferma ai limiti della linea gialla, un ragazzo poco dietro e poche altre donne e uomini da ospitare nel proprio ventre.
Si aprono le porte, una manciata di viaggiatori scende dal treno, un’altra manciata riempie i vuoti che si sono appena creati.
La ragazza ed il ragazzo si siedono vicini, l’una di fronte all’altro. Gli altri viaggiatori si spargono qua e là e si perdono dietro libri, cellulari, lettori mp3 e qualunque altro aggeggio che possa lenire l’horror vacui dei viaggi in treno.

La ragazza ed il ragazzo si conoscono.
La scena di oggi si ripete da due anni, con le poche varianti dovute al rincorrersi delle stagioni e degli eventi atmosferici: piccoli dettagli che rendono sopportabile l’eterno ritorno che sono le vite dei pendolari.
Non sanno nulla l’una dell’altro ma i loro visi sono ormai reciprocamente familiari. Tanto che a volte viene quasi loro istintivo salutarsi, istinto che reprimono all’ultimo istante.

Alle 8.01 i due sono immersi nuovamente nella lettura. La posizione comoda e il senso del dovere li ha spinti ad accantonare i romanzi per immergersi nello studio. Chini sui libri, osservano figure, leggono e rileggono paragrafi, evidenziano parti salienti, annotano punti da approfondire.
Il libro di lei descrive minuziosamente tessuti, apparati e nervi del corpo umano.
Il libro di lui elargisce dati e spiegazioni circa processori, schede e cavi.
La ragazza studia medicina. Il ragazzo informatica.
Entrambi per lo stesso motivo. Adorano l’illusione che da un piccolo sintomo si possa risalire ad una cura, da un piccolo rallentamento all’eliminazione di un bug potenzialmente distruttivo. E’ un disperato bisogno di mettere ordine e dominare il caos, come nelle indagini dei loro gialli.

Alle 8.12 il treno si ferma a Caserosse, una fermata intermedia. L’inerzia della fermata scuote i passeggeri.
Nel vagone qualcuno si alza, ci sono saluti sparsi di commiato, saluti sparsi di benvenuto.
Per colpa della frenata, a lei cade l’evidenziatore. Lui lo raccoglie. Si guardano.
Lei sorride.
Lui sorride.

Lei è bella, di una bellezza timida, sottovoce. Capelli neri, a caschetto. Maglietta bianca, tinta unita. Pantaloncini rossi, tinta unita. Sandali colorati ma senza fronzoli. Il suo aspetto è un muro bianco, pulito ma che sembra non voler comunicare nulla, che comunica timidezza e insicurezza.
Lui non è brutto. Ha una leggera barba incolta e un principio di calvizie. Viso e corpo ormai quasi da adulto. E’ magro ma è stato grasso da ragazzino. E se sei stato grasso nell’età dei bulli, sei grasso per tutta la vita. Gli basterebbe poco: un po’ più di cura per sé stesso. Veste abiti sporchi, evidentemente scelti a caso. Comunica incomunicabilità, comunica timidezza, che nasconde senso di inferiorità, che nasconde senso di superiorità, che nasconde altro senso di inferiorità e così via in un ciclo infinito.

Passa un controllore che, senza grande voglia, prende a rassegna i biglietti dei passeggeri.
Da’ un’occhiata alla ragazza ed al ragazzo. Li riconosce come pendolari abituali. Sa che hanno un abbonamento annuale: passa oltre e conclude il suo giro di ispezione.
Oggi hanno tutti li biglietto: per oggi nessun litigio, nessuna rissa, nessuno scontro a fuoco.

Il treno riparte mentre il ragazzo ha ancora l’evidenziatore in mano.
Lei ha alle spalle una serie di storie d’amore stupide. Non lo sa ma è alla ricerca di un adulto bambino, da accudire, da forgiare e da amare teneramente. Finora però ha trovato solo bimbi aggressivi, che sfogano sul suo bell’aspetto l’esplosione ormonale di una tarda adolescenza e che lei, con la presunzione di tante donne, si illude ogni volta di poter cambiare.
Lui è davvero un bambino bisognoso di cure. Ha una sola storia alle spalle. Ha impiegato due anni per trovare il coraggio di dichiararsi e due mesi per farle concludere che non era ancora pronto per una relazione adulta.

Lui le porge l’evidenziatore.
– Grazie – dice lei.
– Niente – dice lui.

Sono le 8.21. Il treno attraversa un sottopasso. E’ il segnale che tra pochi minuti il viaggio sarà finito.
I due ripongono matite ed evidenziatori negli astucci, libri e quaderni negli zaini. In contenitori simili scompaiono anche le varie forme di intrattenimento degli altri passeggeri. La piccola bolla di immobilità nella frenesia dei propri impegni sta per scoppiare. La parentesi sta per chiudersi.
I viaggiatori occasionali sono già in piedi davanti alle porte d’uscita. I pendolari abituali si godono ancora per un poco gli agi dei sedili e dell’aria condizionata.

I due fissano il finestrino.
Conoscono ormai ogni singola finestra di ogni singola casa che li separa dall’arrivo.
Ma oggi non vedono niente di ciò che il vetro trasmette.
Oggi fissano il vuoto, persi nei loro pensieri: l’unico luogo dove il dialogo tra loro è stato molto più fitto e l’esito finale è ancora aperto.

Sono le 8.23. Il treno arriva alla città di Millemondi, il capolinea di questa corta tratta regionale.
La ragazza ed il ragazzo si avvicinano all’uscita.
Ormai i sedili sono vuoti. Una piccola folla si mette ordinatamente in fila. Si spegnono anche quei pochi focolai di discussioni spersi qua e là, contro il caldo, contro l’aria condizionata, contro il lavoro, contro la vita.
Le porte si aprono, la folla scende. Tra loro la ragazza ed il ragazzo.
Ad accoglierli il caldo afoso della città, il classico gruppetto di anonimi pendolari in attesa di percorrere il tragitto inverso e i rispettivi impegni di studio.

Il ragazzo e la ragazza si separano, ognuno verso la propria facoltà e il proprio destino.
Lei dopo la laurea troverà lavoro presso l’Ospedale di Millemondi. Ci lavorerà per cinque anni. Poi troverà la sua ragione di vita in un pargoletto arrivato inaspettatamente, che la legherà all’ennesimo uomo sbagliato e le farà perdere il posto di lavoro.
Lui emigrerà, come gli detta il suo sangue. Farà carriera negli Stati Uniti: si farà un nome nel proprio ambito. E dedicherà ogni attimo della sua vita al lavoro, cercando così di colmare un imperscrutabile vuoto, di cui a lui per primo sfugge l’origine.

Si incontreranno di nuovo oggi pomeriggio nel treno di ritorno.
Non si incontreranno mai, tristi binari di vite parallele.


Questo racconto doveva uscire quasi un anno fa ma si è inceppato negli interstizi del mio hard disk. A posteriori posso far finta che partecipi al “Non EDS immaginario” della Donna Camél.