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Miracolo sull’ETR 500

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Due ragazzini sono seduti in treno, uno di fronte all’altro. Parlano tra loro, con toni troppo alti. Come tutti i ragazzini, cercano il loro spazio nel mondo. O almeno il loro spazio acustico nel vagone.
Come tutti i preadolescenti cercano di rimodulare nuove voci e nuovi argomenti dentro corpi ancora di bambini.

– Allora, te la sei poi fatta Martina ieri?

Questa storia potrebbe anche finire qui: l’amico millanta il suo kamasutra e tutto rientra nella normalità della vita pendolare. Ma oggi è un giorno speciale. L’aria del vagone non ha il solito odore stantio, e respirarla dà la sensazione di immagazzinare energia. E così l’amico non millanta.

Il racconto continua nell’ebook gratuito “In viso veritas”, scaricabile gratuitamente dal blog de I Discutibili.
Ringrazio i ragazzi del blog per averlo selezionato per questa loro raccolta di racconti sulla “verità”.

Una doverosa precisazione…
Una prima versione di questo racconto l’avevo scritta per Il Pendolo e sarebbe dovuta uscire per l’anniversario della morte di Pippo Fava (giornalista siciliano ucciso dalla mafia). L’idea di fondo è infatti la stessa del suo racconto “La verità”, cui voleva essere un tributo.
Il caso ha voluto che, proprio dopo averlo finito di scrivere, sia venuto a conoscenza del concorso de I Discutibili: era troppo in tema per non partecipare.

Il racconto di Fava potete trovarlo nel (bellissimo) libro “Un anno”.
Ecco, ora mi sento a posto con la mia coscienza.

Scarica gratis l’ebook di racconti “In viso veritas”

Diserzione

"Piano ribassato pilot" di Utente:Jollyroger - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Piano_ribassato_pilot.jpg#mediaviewer/File:Piano_ribassato_pilot.jpg
“Piano ribassato pilot” di Utente:Jollyroger – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Piano_ribassato_pilot.jpg#mediaviewer/File:Piano_ribassato_pilot.jpg

Esistono ancora i regionali. Questa è la prima informazione che acquisisco.
Devo fare una trasferta di sabato per lavoro. Per fortuna è un evento raro e cosi dopo anni riscopro il “piacere” di viaggiare con Trenitalia.

Scopro, non solo che i regionali esistono ancora, ma che sono letteralmente gli stessi, solo più divelti. Anche i bagni sono gli stessi di dieci anni fa e probabilmente è da allora che non vengono puliti.

La fauna mi è già più familiare: usa solo qualche Ei ciò in più, ma è perché mi trovo nei dintorni di Imola.
E anche le dinamiche sono le stesse.

C’è la lavoratrice precaria non capita dai “vecchi” lavoratori con un contratto decente. Ha tutta la mia solidarietà.
C’è quello che si sfonda le orecchie con il telefonino. Buona musica, devo dire, ma che alle sei del mattino non riesco ad apprezzare.
C’è il gruppo delle quattordicenni (cosa ci fanno qui a quest’ora?), che disquisisce su come i propri genitori affrontano l’argomento sesso. Spio i loro discorsi, non più con il voyeurismo di un loro coetaneo ma con i timori di un padre, la cui figlia, Deo gratia, è ancora distante una manciata di anni dall’adolescenza.
E c’è il bigliettaio, che arriva proprio quando stavo riuscendo ad addormentarmi.

Ma pur essendo tutto noto, i volti non li riconosco e le voci men che meno. E io, che sono un abitudinario, provo già nostalgia per il mio trenino Agreste – Millemondi.

 

Questo è l’ultimo post dell’anno. Ci si rivede a gennaio.

Magma

etna

– Che stress, ho francese. Io lo odio. M sento ridicola quando parlo francese…
– Anch’io preferisco spagnolo…
– Ah no, anche spagnolo… Che schifo…
– Tedesco?
– A me piace solo l’italiano.
– Ma perché ti sei iscritta a lingue?
– Guarda, lasciamo perdere. Domani ho anche lezione alle due. Che palle!
– Perché?
– Ah guarda… io odio avere lezione alle due del pomeriggio. Capisci lo stress? Io mi alzo alle dieci, faccio colazione alle dieci e mezza. Che faccio, pranzo due ore dopo? Se no, dovrei pranzare in facoltà, ma non esiste!
– Si ma che lagna che sei!
– Ecco, sembri mia madre! Che grande capacità che ho di trovare persone uguali a mia madre. Anche il mio ex lo era…
– Ma com’è finita? Vi sentite ancora, no?
– Si, ma come amici… più o meno. Nel senso che ora non litighiamo… Non sempre. Però… cioè ma ti pare? L’altro giorno mi. racconta che ha conosciuto una tipa in autobus e poi l’ha contattata via Facebook… E allora, quando mi diceva che non avrebbe potuto vivere senza di me, che lo so che sono cose che si dicono e non valgono niente…
– Scusa ma quindi state insieme o no?
– Ma no, lo so… Che poi io non dovrei neanche dire niente, ché facevo il filo a uno quando ancora stavamo insieme…

Quando ero piccolo capitava spesso che in macchina con i miei genitori passassimo nelle vicinanze della Montagna, che è come i catanesi chiamano affettuosamente l’Etna.
Forse è l’accento della ragazza a farmi riaffiorare questo ricordo.
Ma più probabilmente é il magma che percepisco dentro di lei. Una lava che scava costantemente dentro e che prima o poi potrebbe venire fuori, in uno spettacolo bello e terribile.

E’ fantastico avervi a bordo!

The meeting with the expert

– Buongiorno. Come sapete, vi ho convocato per aggiornare il sistema di comunicazione vocale delle stazioni ferroviarie gestite da Trenitalia, nelle sue varie emanazioni. Suppongo che tra voi non vi conosciate: procedo con le presentazioni.
Alberto e Marco, di fronte a me, sono un commerciale e un tecnico di Nuance Italia, ex Loquendo, che si occupano della sintesi vocale che usiamo.
Alla mia sinistra c’è Roberto, responsabile marketing delle nostre stazioni.
Antonella, alla mia destra, è la nostra psicologa di fiducia.

Finiti i convenevoli, l’A.D. si alza e se ne va. Il gruppetto di sconosciuti si scambia occhiate imbarazzate. Per un attimo tutti gli sguardi si rivolgono verso Antonio. L’A.D. non ha dichiarato la sua qualifica e dal suo modo di vestire sembra un usciere. La tacita conclusione è unanime: sarà il solito raccomandato.

Roberto prende in mano la situazione:
– Allora… vi espongo il problema principale. I treni tardano, sono sporchi, affollati… Insomma, non vi sto qui a raccontare tutti i problemi dell’azienda: avrete viaggiato anche voi, no? La domanda è: visto che sono problemi che non possiamo risolvere, come possiamo ridurre l’impatto che ciò ha sui viaggiatori?
Abbiamo pensato che le comunicazioni vocali, così pervasive, possano fare la loro parte.
Antonella ha già fatto alcuni studi in proposito. Vediamo di partire da questi per arrivare alle conclusioni.

Roberto guarda Antonella: segnale di un passaggio di testimone. Antonella racchiude la timidezza in un colpo di tosse e incomincia, andando subito al nocciolo della questione:

– Salve a tutti. Non sto qui a tediarvi con la mia ricerca, che comunque potete trovare nella cartellina che vi abbiamo consegnato. Vi dico solo che ho analizzato tutte le comunicazioni che si sentono nelle nostre stazioni, evidenziando una serie di problematiche. Le modifiche da fare sono molte: andremo per piccoli passi. Partirei… dall’inizio.
Fa una pausa, sperando di suscitare un sorriso. Invano. Altro colpo di tosse e poi riprende.

– In un discorso, scritto o orale che sia, sappiamo che gli incipit sono importanti. Ho pensato che quindi potremmo iniziare la nostra discussione dalle prime parole che accolgono il viaggiatore sul treno. Devono metterlo a suo agio, fargli sentire che nonostante tutto ha fatto bene a scegliere il treno. Io avrei pensato a qualcosa come “E’ fantastico avervi a bordo!” o “Che bello che tu ci sia!”.

Roberto la ferma:

– E’ troppo: verrebbe percepita come una presa in giro. Io mi limiterei ad un “Buongiorno”.

– A soreta.

Tutti si voltano verso Antonio, che con tono serio e fermo ribadisce:

–  A soreta. Ciò che la prima parola deve suscitare è la risposta “A soreta”. O qualunque sia l’equivalente nel vostro dialetto. Il punto non è quale parola volete mettere… “Buongiorno” va benissimo. Ma il tono deve suscitare un “A soreta”. E’ liberatorio: fa bene al cuore.

Gli occhi di Roberto si illuminano e chiede ai rappresentanti dell’azienda che sviluppa la sintesi vocale:

– Si può fare?

– Certo – risponde Alberto – le nostre voci possono supportare singole parole dette con tono emozionale.

Marco, il tecnico, annuisce e, dentro di sé, piange.

Tocca qui

Fantozzi

Ma che figata! Vieni, guardalo anche tu!
Vieni, frate’! Tocca, tocca qui!
Facciamoci un selfie. Anzi, fammi un video mentre lo tocco!
Dai ché poi lo mettiamo su iutub.Lo voglio fare vedere a tutti e a tutte.s
È uno spettacolo! No, è troppo da orgasmo, Raga.

Io capisco tutto.
Capisco che sono un pendolare viziato, perché la mia tratta non è gestita da Trenitalia. E lo sono ancora di più perché da un po’ di tempo abbiamo i treni nuovi.
Capisco anche che non in tutta Italia le donne delle pulizie fanno cosi bene il loro lavoro.
Capisco tutto questo, davvero, e, pendolari di Trenitalia, avete tutta la mia solidarietà.

Ma, ecco, questo ragazzetto romano, eccitato alla vista di un bagno nuovo e pulito neanche avesse visto la playmate del momento… Ecco, mi sembra un po’ eccessivo.

Il prossimo Presidente del consiglio

Obama me

Ha i denti aguzzi e la coda puntuta. Ronfa per metà giornata e per l’altra metà ringhia. Nelle fasi di veglia, mentre digrigna i denti, è concentrato a progettare e realizzare nuove angherie per i poveri viaggiatori.

Nell’immaginario collettivo è più o meno questa l’immagine di un dirigente qualsiasi di una qualsiasi azienda che gestisce una rete ferroviaria qualunque. Per non parlare delle fantasie sulle loro riunioni.

Poi invece te ne ritrovi uno mimetizzato tra i viaggiatori. Ha una sola testa, due sole braccia, due sole gambe. Non è né troppo magro né troppo grasso. Veste abbastanza sportivo. Cerco di non notare un particolare ma lo noto: è nero.

Nessuno sarebbe stato in grado di distinguerlo dagli altri viaggiatori se nello scompartimento non si fosse instaurata una discussione: tra poco arriveranno alcune novità che riguardano gli abbonamenti e si chiedeva lumi al capotreno. Alle richieste seguono risposte vaghe, alle risposte vaghe seguono lamentele.

Nella discussione interviene anche l’uomo in questione: con voce calma e baritonale descrive le novità, evidenzia i cambiamenti, spiega le motivazioni. È troppo competente per non suscitare sospetto: si vede costretto a qualificarsi.
Alla rivelazione, le due signore di fronte a lui ridono come scolarette sorprese a parlare male di un professore.

– Chissà quante lamentele sente ogni giorno e oggi si è dovuto sorbire anche le nostre!

– La lamentele, o ancora meglio le critiche, sono importanti. Dovete farle. Dovreste farle non solo qui: agli organi competenti, per iscritto. Voi forse pensate che negli uffici siamo tutti o fannulloni o ladri. Sicuramente c’è del vero in questo stereotipo ma vi assicuro che non siamo tutti cosi. C’è chi ama il proprio lavoro e vorrebbe farlo al meglio. Ma anche i volenterosi di solito lavorano in ufficio, non in treno. Progettano cose che sulla carta sono perfette ma nella pratica magari no. Ma quando qualcosa non va, noi nei nostri uffici non lo sappiamo. Gli esperti veri siete voi, che prendete questo treno ogni santo giorno. Io sto iniziando a prenderlo ogni tanto ma sarebbe ancora meglio se avessi il vostro aiuto: le vostre lamentele. Anche perché ho parecchia gente sopra di me e solo con qualcosa vostro di scritto posso avere un minino di potere contrattuale.

Ecco, fatemi un favore: fate diventare quest’uomo Presidente del Consiglio. O almeno Superdirettore Megagalattico.

La figlia ideale

telefono

Ogni mattina parte una telefonata che collega una ventenne e una cinquantenne.

Ogni mattina una voce impastata dal sonno parte da Agreste, attraversa decenni di tecnologia e raggiunge un cuore a Roma.

Gli argomenti non scarseggiano mai: il perfido clima di Agreste, le dichiarazioni di questo o quel politico, l’ultima  sciagura combinata dal solito zio, i recenti pettegolezzi, un bellissimo articolo su Internazionale…

Sono tutti pretesti, lo sa la ventenne, lo sa la cinquantenne.
Il vero messaggio è che mi manchi, che vorrei essere lì a Roma, se non proprio con te, almeno a portata di un pranzo insieme.

Ogni mattina, mio malgrado, le ascolto. E le invidio.
Vorrei sedermi accanto alla ventenne e chiederle come si fa ad essere figli ideali.
O almeno farmi passare la madre per chiederle come si fa ad essere bravi genitori.

Audrey Hepburn

AudreyAudrey Hepburn sale sul treno, sorretta da due manici, legati a un paio di mani affusolate e ben curate.

La padrona delle mani e di Audrey Hepburn veste sempre in nero e con eleganza. Non c’è un elemento del suo abbigliamento o del suo trucco che sia fuori posto. Resiste alle tentazioni del lifting ma usa ogni altra arma che la toeletta fornisce per lottare contro l’età.
E’ brutta, inequivocabilmente. Ma di una bruttezza particolare, che si fa notare.
Una gatta non più sinuosa ma ancora piacente.

Poi in un giorno di festa prendo il treno contro ogni abitudine e la trovo nel vagone, come nei giorni lavorativi, con la sua capigliatura perfetta e le sue unghie laccate. Ma con una borsa di Marylin Monroe e – orrore! – un vestito azzurro: un accecante cielo flash.

La novità mette in mostra la pelle che cede, lo sguardo strabico, le gambe stanche.
Basta così poco per trasformare tristemente una gatta in una gattara.

Il chimico

Avrà sui cinquant’anni, portati bene. Capelli grigi su di un corpo ancora in forma.
Non parla mai con nessuno e anche per chiedere permesso bofonchia.
E’ timido, malattia che alla sua età ormai può considerarsi cronica.
I suoi gusti sono ignoti: non legge libri, solo appunti scritti a penna; oppure scrive su un portatile.

Poi un giorno due ragazze al primo anno di università si siedono vicino a lui.
Hanno il loro primo esame e ripetono (malamente) la materia a vicenda.
Nell’ascoltarle, gli occhi dell’uomo si illuminano, facendo scintillare un blu profondo che non avevo mai notato.

Con la mano ferma le parole delle ragazze. Un gesto inaudito.
Penna in una mano, foglio nell’altra, mostra loro cosa stanno sbagliando.
Parla sciolto, gesticola, disegna.

Le ragazze lo guardano con gratitudine, ma non hanno ancora le idee chiare. Fanno domande, gentilmente chiedono delucidazioni.
Lui ha mollato il freno a mano: spiega, si appassiona, chiarisce aspetti che sono sempre stati oscuri anche a me.
Alla stazione vicina all’Università di Millemondi le ragazze lo salutano calorosamente e si dirigono verso un 28 assicurato.
Lui ricambia imbarazzato, ripone la passione in uno zaino e torna il goffo signore di mezza età di sempre.

Apparenze

backtothefuture

Sorriso aperto, mani callose, mangia rumorosamente.
E’ anziano ma sembra che sia la prima volta nella sua vita che compie un lungo viaggio.
Ha un borsone gigante e, a quanto sembra, pesantissimo, dal quale continua ad attingere cibo e bevande.
Il cibo è composto da salami e prosciutti, che continua ad affettare con un lungo coltello da cucina, e da pane, nel quale inserisce gli affettati per poi mangiare a grandi bocconi. Le bevande sono quasi esclusivamente bottiglie di vino, bottiglie di vetro, che continua a versarsi in bicchieri di vetro. Una vera cucina ambulante.

Lettore CD portatile, vecchio disco degli Articolo 31, capelli gellati.
Sta soffrendo terribilmente il freddo con la sua maglietta attillata ma resiste stoicamente. Soffre palesemente l’attesa: mancano ancora almeno 10 ore prima di arrivare a destinazione. Ha accanto uno zaino con scritto Go to the action. C’è da chiedersi se l’ha comprato perché gli piaceva quest’inno al dinamismo o se semplicemente faceva figo. Cerca di ingannare il tempo ammirando ciò che trasmette il finestrino. Non riuscirà nel suo intento.

Camicia ben messa, occhiali, sguardo assente. Sembra essere espertissimo dei treni e dispensa consigli con gentilezza. Se non fosse che è troppo grande, lo si potrebbe definire un nerd, ma visto che è grande definiamolo pure un impiegato. L’unico libro che si è postato dietro è quello con gli orari di tutti i treni d’Italia. Non lo ha salvato dalla noia e così anche lui cerca riparo nel finestrino.

Maglietta con scritto Peace e il simbolo Fatelamorenonfatelaguerra. Ha passato tutta l’attesa dell’arrivo del treno a guardare con sdegno una persona che aveva accanto, con zaino in mimetica e borsone con scritto “Destinazione: Herat, Afghanistan”. E’ immerso nel suo libro, che finirà molto prima di arrivare a destinazione. In realtà il libro è un paravento da dove può osservare e giudicare la strana combriccola che il caso ha voluto riunire in quello scompartimento.

A poco a poco lo scompartimento si svuota.
Prima l’impiegato prende su il suo zaino, perché in realtà Go to the action scopro che è suo.
Dopo il campagnolo prende la sua cucina, insieme al ragazzo gellato, che scoprono di essere padre e figlio.
Il pacifista saccente resta solo: è contento perché potrà scrivere sul suo blog un post su quanto siano fasulle le apparenze.


Ho trovato un tesoro di miei vecchi scritti.
Questo è del giugno 2006 ed è ambientato nel vagone di un treno a lunga percorrenza, quando ancora esistevano.
Tre anni prima di diventare pendolare, sei prima di creare questo blog.
Ma direi che gli ingredienti c’erano già tutti.