Archivi categoria: Fuori dal treno

L’alieno

alieno2Loro ci osservano.
Spiano i nostri spostamenti, le nostre attività, le nostre abitudini.
E controllano le nostre menti.
Hanno un qualche potere o una sorta di marchingegno in grado di alterare i nostri ricordi.
Oppure un modo sconosciuto per alterare il paesaggio dall’oggi al domani senza lasciare evidenti punti di sutura nei tessuti che legano le loro creazioni con il resto dell’arredo urbano.
Non si spiega altrimenti la presenza di un feticcio di umanoide, alto oltre due metri e largo uno, atterrato una mattina nel mio tragitto quotidiano che va dalla stazione di Millemondi all’ufficio di lavoro, accompagnato da una targhetta che sostiene che l’opera si intitoli “La Provvidenza” e sia lì da anni.

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Alcuni sostengono che la statua sia lì davvero da tanto, solo che è protetta da un’alta inferriata che non me l’ha mai fatta notare prima, sottintendendo neanche tanto velatamente che sono un po’ rincoglionito.
Ma sono solo menti deboli a cui gli alieni hanno fatto il lavaggio del cervello.

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Sottopassaggio

Io i vandali li capisco. Non li giustifico ma li capisco.
Parlo dei vandali adolescenti di paese: queste cose le so e so dove comincia la rabbia e il tedio a morte del vivere in provincia.
Reprimere serve a poco: bisogna mostrar loro positività, combatterli con la bellezza ed educarli fin da piccoli.
Queste cose ad Agreste le sanno bene ed il vandalismo qui lo combattono con l’arte e con i bambini delle scuole elementari.
Ecco quindi come i bimbi hanno trasformato il sottopassaggio che attraverso ogni giorno, coprendo tag, cazzi e AnnaAmaFabio con qualcosa che farà sentire la stazione più come una cosa anche loro

L’hanno fatto mesi fa ma volutamente l’ho fotografato solo ora, per mostrare chi ha vinto.
L’ho già detto che amo questo paese sperduto a mille e più chilometri da dove sono nato?

Ecco il treno lungo lungo

Ecco il treno lungo lungo che attraversa la città. Lo vedete lo sentite: ecco il treno, eccolo qua!

E attraversa anche il parco giochi di Agreste in questo sabato mattina: dopo mesi di letargo si intravede un primo spicchio di sole e, come drogati in astinenza, genitori e figli invadono ogni metro quadro di verde pubblico.

Oggi non si pendola e quindi anch’io sono qui tra tossici grandi e piccoli. E vedo il treno da fuori e dagli occhi dei bimbi, che appena lo scorgono all’orizzonte corrono in massa aggrappandosi alla recinzione che (fortunatamente) li separa dai binari.

E restano lì, chi a bocca spalancata, chi urlando, chi salutando, chi in braccio per godersi meglio questo spettacolo, che, nonostante la tecnologia che avanza, non passa mai di moda.

Il treno risponde ai saluti con rumorosi fischi che mandano i fan in visibilio. Poi piano piano raggiunge la parte opposta dell’orizzonte e il piccolo assembramento si ridà un contegno.

Mio figlio di due anni continua a recensire l’esibizione con generose lodi.
Mia figlia, dall’altro dei suoi cinque anni e dalla sua genetica iper-razionalità, chiosa: “Sì, vabbe’, è solo un treno…”

Fausto e il Nulla

Il Nulla per prima cosa si prese il negozio di fumetti.
Scomparve dall’oggi al domani ma Fausto quasi non ci fece caso: non aveva mai amato quei bambinoni che lo frequentavano.

Poi fu la volta del ristorante all’angolo. Fausto ogni tanto ci andava a mangiare in pausa pranzo. Qui l’agonia fu più lenta: prima scomparvero i camerieri giovani, poi quelli anziani, finché un giorno rimasero semplicemente le serrande chiuse.

Quando arrivò il turno del negozio di vestiti, di fianco al suo ufficio, Fausto non poté più ignorare il problema. Era un negozio enorme, di una marca famosa. Ora, guardando gli interni dalle vetrine vuote, non restavano più neanche i muri divisori.

Fausto non era mai stato credente. Certo da piccolo aveva creduto anche lui in Babbo Natale e in un falegname vissuto duemila anni prima che parlava di pace e amore. Ma a dieci anni beccò suo padre mentre indossava di nascosto barba bianca e mantella rossa e allora smise di credere in chi dispensa regali gratis, compresi suo padre e il falegname.

Ma si può smettere di credere nel Bene, non nel Male, soprattutto quando il Male sta inghiottendo ciò che ti circonda. Soprattutto quando il Male si mangia anche il lavoro di tua moglie.

Dei negozi vicini al suo ufficio resisteva ancora solo un bar. Ed lì, durante il caffé mattutino, Fausto scoprì che c’era una nuova religione in città. E il bar, moderna catacomba, ospitava i suoi primi adepti clandestini.
Pù per curiosità che per convinzione, Fausto iniziò a spiare le loro preghiere e poi a parteciparvi sempre più attivamente. E gli sembrò che quella setta fosse l’unica che davvero combattesse il Nulla.

Quando il Nulla si prese anche il lavoro di Fausto, i credenti della nuova setta erano migliaia. E più aumentavano meno avevano paura. Prima iniziarono a pregare nel bar senza nascondersi. Poi fondarono la loro prima chiesa in città, negli spazi dove un tempo c’era il ristorante. Poi addirittura iniziarono a fare le pubblicità in televisione.

Conoscevo Fausto prima che tutto ciò avesse inizio. La sua casa era vicina alla stazione dei treni: facevamo lo stesso tragitto verso il lavoro e scambiavamo qualche chiacchiera di circostanza. Ora Fausto non lo riconosco quasi più. Parla solo del suo credo e neanche con entusiasmo ma quasi con rassegnazione, come se sapesse che anche esso non può nulla contro lo sfacelo in atto ma non volesse ammetterlo, perché comunque è bella l’illusione che Dio ti aiuterà e domani le cose andranno meglio.

Vorrei tornare a parlare con Fausto, aprirgli gli occhi, fargli capire che la sua religione è fumo negli occhi e che i capi della sua setta sono servi del Nulla e cavalieri dell’Apocalisse.

Ma lui non ascolta più. L’ultima volta che l’ho visto, stava entrando nella terza chiesa, dove prima c’era il negozio di vestiti. L’ultima immagine che ho di lui è un viso smorto, uno sguardo assente, un capo chino, mentre entra e percorre una via lastricata di buone intenzioni.

Quando scompare dalla mia vista, resto lì a fissare la porta della chiesa. Su di essa c’è affisso un cartello con una delle loro incomprensibili preghiere:

Aperti dalle ore 9 alle ore 4.
Vietato ai minori di anni 18.
VLT attivo. SLT attivo.
Se hai problemi con il gioco, c’è chi ti può aiutare.

Il pensionato

Ha una giacca rossa, un pantalone marrone e una camicia rossa. Da sei mesi. E da sei mesi è fermo sulla stessa mattonella dello stesso marciapiede.

Lo incontro durante il terzo pendolo giornaliero, quello che oscilla dalla stazione di Millemondi al posto di lavoro, lungo lo stesso tragitto in cui incontro la ragazza dei giornali.

Come ogni novantenne è abitudinario, ma invece di spiare cantieri, sta fermo lì e guarda orizzonti. Ogni giorno dell’anno.

Per mesi è stato per me un enigma: cosa fa qui? Perché? Cosa osserva davvero?

Poi piano piano è stato inghiottito, come tutto, dall’abitudine e ho declassato queste domande a semplice tarlo, di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo.

Ma un giorno – colpo di scena! – il mistero si svela!
Quel giorno il mio treno arriva con una decina di minuti di ritardo e viene leggermente posticipato il momento dell’incontro con il pensionato.

Lo trovo comunque lì, in piedi sulla stessa mattonella ma non guarda l’orizzonte: parla con la negoziante adiacente. E rispetta tutti gli stereotipi.

– Perché, signora mia…
Non dirlo.
– Si stava meglio…
No, ti prego.
– … quando si stava peggio.
Ecco l’ha detto.

Ma sto divagando. La negoziante riporta me e lui alla realtà: “Vai mo’, Giorgio, che sta arrivando il tuo pullman.”

Ecco cosa fa: aspetta un pullman.
E’ un pendolare. Come me.

Nessun dorma

Ci sono esseri perversi lì fuori.
Esseri disgustosi che la notte fanno cose turpi.
Dormono, ad esempio. E dormono all’aperto.

Per fortuna al mondo ci sono anche persone caritatevoli.
Persone come la proprietaria del condominio che ospita uffici di varie aziende, tra cui quelli della Cooperativa Millemeraviglie, dove lavoro.

All’ingresso del condominio in questione c’è un gradino.
La notte, quando il palazzo è disabitato, riaffiorano questi esseri immondi e forse su quel gradino ci dormono.
Quest’idea ripugnante mi cattura ogni mattina appena scendo dal treno. E mi tormenta tutto il giorno.

Per fortuna al mondo ci sono anche persone caritatevoli.
Persone che ti fanno regali inaspettati: stamattina, ad esempio, quel gradino era ricoperto di aculei artificiali. E poco più in alto un cartello avvertiva: “Proprietà privata. Vietato sedersi o sdraiarsi”.

Adesso potrò dormire sonni tranquilli.
Io.

Narratore onniscente

Agreste è un ridente paese di campagna, che ha la pazienza di darmi ospitalità da qualche anno.

E’ una paese ridente nel senso letterale: i suoi abitanti sono pacifici, hanno una predisposizione naturale alla socialità e una predilezione per feste e sagre. Insomma: un luogo che da adolescente avrei odiato ma che ad una certa età si impara ad amare (la “certa età” solitamente è ottant’anni; nel mio caso trenta).

Eccomi quindi all’ennesima sagra di inizio o fine primavera (o della patata, della cipolla, del canguro tonnato: fa lo stesso). In lontananza vedo arrivare una signora.

– Guarda quella signora – dico a mia moglie.
– La conosci?
– E’ di Foggia. Ha due figli, ormai grandini. Lavora a Millemondi anche lei, in un negozio di abbigliamento, in Via Garibaldi. Sai che fa spesso le vacanze dalle tue parti? Ama la neve, anche se il marito non condivide questo amore. E’ simpatica: non impegnata socialmente o politicamente ma almeno non è razzista e continua ad andare a votare, pur indignandosi; di questi tempi è gia tanto. E poi…
– Scusa ma com’è che la conosci così bene e non me l’hai mai presentata? – mi interrompe mia moglie con una punta di gelosia.
– Perché non la conosco: non so neanche come si chiama. Ma viaggia sempre in treno con alcune amiche. E ha una gran chiacchiera.

Natale di seconda mano

Uscendo dal treno c’è un mondo, anzi ce ne sono due.

Due mondi fatti di carne viva, pulsante, di paesaggi, di attori e di comparse; mica come due parole buttate lì in un blog.
Uno di questi mondi è fatto comunque di rotaie e di vite che ci viaggiano sopra. L’altro mondo è fatto di vite che hanno deragliato, per sbaglio o per scelta.
Un mondo è fatto di vite con un solo accordo: casa – treno – lavoro – treno. L’altro mondo è fatto di intere sinfonie: Budapest – Milano – Millemondi – Chissà.
In uno di questi mondi abito io, nell’altro una ragazza.

Questi due mondi si intersecano nella città di Millemondi, davanti alla Cooperativa Millemeraviglie, dove lavoro.
Io ho in tasca qualche euro e qualche certezza, lei un giornale di strada e una fantastica e terribile libertà.

Sono due mondi che faticano ad incrociarsi, tanto che non so dirvi il nome della ragazza, tanto che per mesi l’interazione si è limitata ad un ciao e a due gesti: io do’ soldi, lei da’ giornale. Interazione iniqua – il mio mondo ha il controllo – ma in fondo quasi equa: lei in cambio mi dà un giornale. Lavora, non questua: la grandiosità dei giornali di strada.

Poi un giorno l’interazione si evolve. E’ il dicembre del 2011 e lei mi ferma:
– Ciao
– Ciao. Scusa ma non ho spicci oggi…
– Spicci? Io volevo solo augurarti buon natale: domani parto.

E io resto lì. Resto lì e fuggo lontano dalla mia vergogna. Resto lì e ci penso per tutta la giornata: ho creduto per più di trent’anni di essere Gandhi e scopro all’improvviso di essere Scrooge.

Lei è andata via, ma dopo un mese è tornata. Torna sempre.
A spizzichi giornalieri impariamo a conoscerci: io ho due figli, lei due genitori, io vengo dal sud, lei dal nord. E così via. Ci siamo solo dimenticati sempre di dirci i rispettivi nomi.

Poi è partita di nuovo: sua madre soffriva di calcoli.
Poi è tornata ed è partita nuovamente poco dopo: la madre le aveva mentito. Tumore.

E’ mancata più del solito ma oggi è tornata.
La mamma se n’è andata e lei non è neanche arrivata in tempo per salutarla.
Ed è di nuovo dicembre.

Magari la prossima volta le chiedo come si chiama.
Intanto le auguro buon Natale.

* * *

Questo è il mio ultimo post dell’anno: mi prendo la canonica pausa natalizia. Tornerò a scrivere a metà gennaio.