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Miracolo sull’ETR 500

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Due ragazzini sono seduti in treno, uno di fronte all’altro. Parlano tra loro, con toni troppo alti. Come tutti i ragazzini, cercano il loro spazio nel mondo. O almeno il loro spazio acustico nel vagone.
Come tutti i preadolescenti cercano di rimodulare nuove voci e nuovi argomenti dentro corpi ancora di bambini.

– Allora, te la sei poi fatta Martina ieri?

Questa storia potrebbe anche finire qui: l’amico millanta il suo kamasutra e tutto rientra nella normalità della vita pendolare. Ma oggi è un giorno speciale. L’aria del vagone non ha il solito odore stantio, e respirarla dà la sensazione di immagazzinare energia. E così l’amico non millanta.

Il racconto continua nell’ebook gratuito “In viso veritas”, scaricabile gratuitamente dal blog de I Discutibili.
Ringrazio i ragazzi del blog per averlo selezionato per questa loro raccolta di racconti sulla “verità”.

Una doverosa precisazione…
Una prima versione di questo racconto l’avevo scritta per Il Pendolo e sarebbe dovuta uscire per l’anniversario della morte di Pippo Fava (giornalista siciliano ucciso dalla mafia). L’idea di fondo è infatti la stessa del suo racconto “La verità”, cui voleva essere un tributo.
Il caso ha voluto che, proprio dopo averlo finito di scrivere, sia venuto a conoscenza del concorso de I Discutibili: era troppo in tema per non partecipare.

Il racconto di Fava potete trovarlo nel (bellissimo) libro “Un anno”.
Ecco, ora mi sento a posto con la mia coscienza.

Scarica gratis l’ebook di racconti “In viso veritas”

I custodi del lunedì mattino

(Racconto non pendolare)

Il primo sole del mattino filtra dalle fessure della serranda, supera il futile ostacolo della zanzariera, oltrepassa il vetro e sorprende Anna e Michele ai bordi del letto.

– Albeggia. Sbrigati! – urla sussurrando Anna.
Ettomi, ettom… – un piccolo tonfo riecheggia nella casa.
– Michele! Guarda cos’hai combinato! E chi lo dice a Peter domenica prossima?

Michele non replica. Afferra il contenitore caduto e con le mani cerca di racimolare quel piccolo tesoro sparso per terra. Lo raccoglie a manciate e lo rimette al suo posto.
Appena ritiene l’operazione conclusa, porge il contenitore pieno ad Anna.

Etto. No pianti. No dici niente Peter.

Anna, invece di rispondere, si volta verso il letto e cambia espressione ed argomento:

– Guardali, come dormono esausti. Che cuccioli. Mi chiedo come farebbero ad affrontare l’intera settimana senza di noi.

La luce del sole si fa sempre più forte. Anna si rende conto che deve sbrigarsi.
Raccoglie dal contenitore una piccola manciata di polvere di stelle e, con fare solenne, la sparge sul capo di Mamma e Papà.
Strofina le dita fra di loro, per riversare sul contenitore ogni piccolo avanzo rimasto attaccato alla sua pelle: non va disperso neanche un atomo di quel tesoro.
Infine copre con la mano il contenitore e si dirige a passi affrettati ma leggeri verso la propria stanza.
Come l’ombra di un paperotto, Michele segue il percorso della sorella.
Dietro di loro, vicino al letto, per terra, lasciano ignari un piccolo indizio.

La luce è quella del giorno pieno ora. Mamma e Papà aprono gli occhi. Si stiracchiano. A fatica riprendono contatto con i colori, con i ricordi, con la realtà tutta.
La Mamma segue il cono di luce che proviene dalla finestra e si schianta per terra. Sorride. Fa un cenno al Papà. Vedono l’indizio. Ma non lo vedono.

Si alzano. Papà si dirige in camera dei bimbi.
Sussurra: – Anna? Michele?…
Parla: – Ma sapete cosa c’è in camera? Dai svegliatevi! Il sole, passando dalle fessure e dal vetro, ha formato un piccolo arcobaleno per terra.
Anna? Michele?
Urla: – Amo’, li svegli tu questi due? Ogni lunedì la stessa storia. Non c’è verso di tirarli giù dal letto!


Questo racconto partecipa all’EDS L’Arcobaleno della Donna Camel (l’arcobaleno non è intero, va bene lo stesso? 🙂 ).
Chiedo perdono per la mielosità: oggi è il compleanno di mio figlio 🙂

Le regole dell’EDS:

  • 1 arcobaleno intero
  • 20 grammi di magia non di più
  • 1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere

Il racconto è in buona compagnia con:

Binari

Una ragazza ed un ragazzo stanno aspettando il treno nella piccola stazione di Agreste.

Sono le 7.50 di un caldo mattino di luglio. La stazione a quest’ora e in questo periodo è tranquilla. E’ cessato il vociare dei liceali ed è diminuito anche il ciarlare dei lavoratori: i più fortunati sono già in ferie. Dei più giovani, resiste solo qualche universitario che non ha ancora dato tutti gli esami. Tra questi, loro due.

La ragazza ed il ragazzo non si conoscono.
Lei è nata e vissuta ad Agreste. Ha alle spalle generazioni di contadini felici del loro poco. Ha nella bocca ancora il sapore dell’uva rubata in un’infanzia non troppo lontana. Ha nella rubrica del cellulare il numero di tutti i coetanei del paese, con i quali ha condiviso almeno un anno di vita scolastica. Tutti meno quello di lui.
Lui è nato lontano. Anche lui ha sangue contadino ma è sangue amaro, di generazioni del Sud Italia che hanno coltivato argilla, di nonni che sanno cos’è la fame, di genitori che non volevano più patirla e per questo sono fuggiti.

Sono le 7.51. Il suono di una campanella indica che il passaggio a livello nei pressi della stazione si sta chiudendo.
La ragazza ed il ragazzo sono pendolari esperti: sanno che questo vuol dire che tra tre minuti esatti il treno arriverà in stazione. Devono sbrigarsi se vogliono terminare il capitolo del libro che ciascuno di loro sta leggendo. Entrambi ci tengono molto: completare la lettura del capitolo prima di chiudere il libro soddisfa il loro senso d’ordine.

Lei sta leggendo un libro di Andrea Camilleri. Lui uno di Agatha Christie.
Entrambi amano i gialli. Entrambi amano l’idea che dal disordine di una morte violenta si possa arrivare, con la sola forza della razionalità, all’ordine di un movente, un’arma e una modalità coerenti. E all’ultima parola dell’ultimo capitolo, il sacrificio di un assassino riporterà tutto alla normalità.
Ma i due non sanno di questa loro passione comune: entrambi usano un ebook reader che nasconde loro le copertine e rende impossibile cogliere questo legame.

Sono le 7.53. Il treno trova alla stazione di Agreste una ragazza ferma ai limiti della linea gialla, un ragazzo poco dietro e poche altre donne e uomini da ospitare nel proprio ventre.
Si aprono le porte, una manciata di viaggiatori scende dal treno, un’altra manciata riempie i vuoti che si sono appena creati.
La ragazza ed il ragazzo si siedono vicini, l’una di fronte all’altro. Gli altri viaggiatori si spargono qua e là e si perdono dietro libri, cellulari, lettori mp3 e qualunque altro aggeggio che possa lenire l’horror vacui dei viaggi in treno.

La ragazza ed il ragazzo si conoscono.
La scena di oggi si ripete da due anni, con le poche varianti dovute al rincorrersi delle stagioni e degli eventi atmosferici: piccoli dettagli che rendono sopportabile l’eterno ritorno che sono le vite dei pendolari.
Non sanno nulla l’una dell’altro ma i loro visi sono ormai reciprocamente familiari. Tanto che a volte viene quasi loro istintivo salutarsi, istinto che reprimono all’ultimo istante.

Alle 8.01 i due sono immersi nuovamente nella lettura. La posizione comoda e il senso del dovere li ha spinti ad accantonare i romanzi per immergersi nello studio. Chini sui libri, osservano figure, leggono e rileggono paragrafi, evidenziano parti salienti, annotano punti da approfondire.
Il libro di lei descrive minuziosamente tessuti, apparati e nervi del corpo umano.
Il libro di lui elargisce dati e spiegazioni circa processori, schede e cavi.
La ragazza studia medicina. Il ragazzo informatica.
Entrambi per lo stesso motivo. Adorano l’illusione che da un piccolo sintomo si possa risalire ad una cura, da un piccolo rallentamento all’eliminazione di un bug potenzialmente distruttivo. E’ un disperato bisogno di mettere ordine e dominare il caos, come nelle indagini dei loro gialli.

Alle 8.12 il treno si ferma a Caserosse, una fermata intermedia. L’inerzia della fermata scuote i passeggeri.
Nel vagone qualcuno si alza, ci sono saluti sparsi di commiato, saluti sparsi di benvenuto.
Per colpa della frenata, a lei cade l’evidenziatore. Lui lo raccoglie. Si guardano.
Lei sorride.
Lui sorride.

Lei è bella, di una bellezza timida, sottovoce. Capelli neri, a caschetto. Maglietta bianca, tinta unita. Pantaloncini rossi, tinta unita. Sandali colorati ma senza fronzoli. Il suo aspetto è un muro bianco, pulito ma che sembra non voler comunicare nulla, che comunica timidezza e insicurezza.
Lui non è brutto. Ha una leggera barba incolta e un principio di calvizie. Viso e corpo ormai quasi da adulto. E’ magro ma è stato grasso da ragazzino. E se sei stato grasso nell’età dei bulli, sei grasso per tutta la vita. Gli basterebbe poco: un po’ più di cura per sé stesso. Veste abiti sporchi, evidentemente scelti a caso. Comunica incomunicabilità, comunica timidezza, che nasconde senso di inferiorità, che nasconde senso di superiorità, che nasconde altro senso di inferiorità e così via in un ciclo infinito.

Passa un controllore che, senza grande voglia, prende a rassegna i biglietti dei passeggeri.
Da’ un’occhiata alla ragazza ed al ragazzo. Li riconosce come pendolari abituali. Sa che hanno un abbonamento annuale: passa oltre e conclude il suo giro di ispezione.
Oggi hanno tutti li biglietto: per oggi nessun litigio, nessuna rissa, nessuno scontro a fuoco.

Il treno riparte mentre il ragazzo ha ancora l’evidenziatore in mano.
Lei ha alle spalle una serie di storie d’amore stupide. Non lo sa ma è alla ricerca di un adulto bambino, da accudire, da forgiare e da amare teneramente. Finora però ha trovato solo bimbi aggressivi, che sfogano sul suo bell’aspetto l’esplosione ormonale di una tarda adolescenza e che lei, con la presunzione di tante donne, si illude ogni volta di poter cambiare.
Lui è davvero un bambino bisognoso di cure. Ha una sola storia alle spalle. Ha impiegato due anni per trovare il coraggio di dichiararsi e due mesi per farle concludere che non era ancora pronto per una relazione adulta.

Lui le porge l’evidenziatore.
– Grazie – dice lei.
– Niente – dice lui.

Sono le 8.21. Il treno attraversa un sottopasso. E’ il segnale che tra pochi minuti il viaggio sarà finito.
I due ripongono matite ed evidenziatori negli astucci, libri e quaderni negli zaini. In contenitori simili scompaiono anche le varie forme di intrattenimento degli altri passeggeri. La piccola bolla di immobilità nella frenesia dei propri impegni sta per scoppiare. La parentesi sta per chiudersi.
I viaggiatori occasionali sono già in piedi davanti alle porte d’uscita. I pendolari abituali si godono ancora per un poco gli agi dei sedili e dell’aria condizionata.

I due fissano il finestrino.
Conoscono ormai ogni singola finestra di ogni singola casa che li separa dall’arrivo.
Ma oggi non vedono niente di ciò che il vetro trasmette.
Oggi fissano il vuoto, persi nei loro pensieri: l’unico luogo dove il dialogo tra loro è stato molto più fitto e l’esito finale è ancora aperto.

Sono le 8.23. Il treno arriva alla città di Millemondi, il capolinea di questa corta tratta regionale.
La ragazza ed il ragazzo si avvicinano all’uscita.
Ormai i sedili sono vuoti. Una piccola folla si mette ordinatamente in fila. Si spegnono anche quei pochi focolai di discussioni spersi qua e là, contro il caldo, contro l’aria condizionata, contro il lavoro, contro la vita.
Le porte si aprono, la folla scende. Tra loro la ragazza ed il ragazzo.
Ad accoglierli il caldo afoso della città, il classico gruppetto di anonimi pendolari in attesa di percorrere il tragitto inverso e i rispettivi impegni di studio.

Il ragazzo e la ragazza si separano, ognuno verso la propria facoltà e il proprio destino.
Lei dopo la laurea troverà lavoro presso l’Ospedale di Millemondi. Ci lavorerà per cinque anni. Poi troverà la sua ragione di vita in un pargoletto arrivato inaspettatamente, che la legherà all’ennesimo uomo sbagliato e le farà perdere il posto di lavoro.
Lui emigrerà, come gli detta il suo sangue. Farà carriera negli Stati Uniti: si farà un nome nel proprio ambito. E dedicherà ogni attimo della sua vita al lavoro, cercando così di colmare un imperscrutabile vuoto, di cui a lui per primo sfugge l’origine.

Si incontreranno di nuovo oggi pomeriggio nel treno di ritorno.
Non si incontreranno mai, tristi binari di vite parallele.


Questo racconto doveva uscire quasi un anno fa ma si è inceppato negli interstizi del mio hard disk. A posteriori posso far finta che partecipi al “Non EDS immaginario” della Donna Camél.

La favola del pesciolino bianco e del principe pescatore

(Racconto non pendolare)

– Nonno Antonio, mi racconti una storia?
– La conosci quella di Biancaneve?
– Certo.
– Ma io conosco la storia vera, che secondo me non conosci mica.
– Allora raccontala, nonno!
– C’era una volta Biancaneve, che viveva in una città controllata da una signora bella ed elegante che era soprannominata “La Regina Cattiva”. Come si può intuire dal nome, la Regina gestiva un traffico di prostituzione e Biancaneve era un elemento di disturbo, visto che batteva nella zona ovest senza aver chiesto il permesso a nessuno…

– Antonio!

Il grido proviene dalla cucina adiacente al giardino. E’ potente e con le vocali prolungate, segno che nonna Marzia è arrabbiata davvero.

– Ma ti sembrano storie da raccontare ad una bambina?
– Ma perché, vuoi dirmi che non è questo il vero senso della storia? Il principe azzurro è un pappa come gli altri. E pure necrofilo.

Nonno Antonio ha sempre valide argomentazioni, che però nonna Marzia sa confutare con solido pragmatismo:

– Non ti scasso la padella in testa solo perché c’è la bimba qua davanti.

Quindi cambia tono di voce, modalità Generale Che Pianifica Un Attacco:

– Marie’, figlia mia, tu continua a cucinare. Tu, Antonio,  alzati e va’ ad apparecchiare, se ti ricordi ancora come si fa. Ci resto io qui con la bimba, che è meglio.

Doppio cambio, modalità Mary Poppins:

– Vieni qui, Silvia, te la racconta nonna una bella storia.

Il nonno batte in ritirata, borbottando tra sé contro il sacro vincolo del matrimonio.
La nonna fa finta di non sentire ma pensa alla legalizzazione del divorzio arrivata troppo tardi, quando ormai lei si è abituata all’insopportabile..
Con una mano scaccia le mosche del giardino e muta i brutti pensieri in una favola improvvisata.

C’era una volta un pesciolino bianco. Abitava nel Fondo Più Fondo Del Mare, dove esistono solo pesci neri.
Il povero pesciolino bianco veniva sempre preso in giro per la sua diversità ed era sempre molto triste.
Un giorno disse “Basta! Io me ne vado via da qui! Sono sicuro che più in alto ci saranno pesci bianchi come me che mi vorranno bene e non mi tratteranno più male!”
Detto questo iniziò a nuotare. E nuota che ti nuota, arrivò nel Mare Poco Profondo. Lì incontrò i pesci gialli.
“Posso restare a giocare qui con voi?” chiese il pesciolino bianco.
“Giocare con noi?” – dissero gli altri pesci ridendo – “Ma hai visto come siamo belli noi, tutti colorati? Che figura ci facciamo se giochiamo con te, che non hai nessun colore? Vai via!”.
Il pesciolino bianco, sempre più triste, nuotò allora ancora più in su e arrivò In Superficie. Lì non c’era nessun pesce, né bianco né colorato, ma vide che il mare finiva.
Oltre il mare, nel Mondo Sconosciuto, c’era un pescatore in una barca.
“Ciao, signor pescatore,” – disse il pesciolino bianco – “vuoi giocare con me, anche se sono solo un brutto pesciolino bianco?”
“A me non importa se sei nero, giallo, bianco o arcobaleno. A me piacciono tutti i pesci. E tu sei proprio bello! Vuoi sposarti con me?”
E fu così che il pesciolino bianco e il pescatore si sposarono.
Ed è da quel giorno che quando due persone si vogliono sposare, mannaggia a loro, si dicono “Ti amo”.

– Nonna, io non l’ho capita bene bene questa favola. E’ finita bene o male?
– Va là che invece il nonno l’ha capita…
– Sì che l’ho capita – dice il nonno appena tornato dalla missione – tu e i tuoi giochi di parole del cazzo. Vuo sapere com’è finita, Silvie’? Chiedi a tua mamma cosa mangiamo per cena…
– E’ pronto, Silvietta! – dice la mamma ignara – Mangiamo platessa, quel pesciolino bianco che ti piace tanto tanto tanto!

Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizio Di Stile) bianco della Donna Camel.
Le regole dell’esercizio:

  1. Scrivi una storia triste
  2. Mettici un pesce
  3. Mettici il bianco
  4. Stai dentro due cartelle

Gli altri partecipanti:

  1. Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
  2. Lamento di una giovane morta
  3. Il soffio della vita
  4. Austinu
  5. Caramelle
  6. Una mano di bianco
  7. Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine?
  8. L’agosto del pesce volante e del pettirosso timido
  9. Missisippi
  10. La lista
  11. Diffidenza
  12. L’incanutito e la salata immensità
  13. L’occhio del branzino deve essere bianco
  14. EDS in piccolo
  15. Minnie
  16. La favola del pesciolino bianco e del principe pescatore
  17. Le diottrie del sig. Paolo
  18. La solitudine del sabato
  19. Il pesce contacaratteri
  20. Peter e la sua Milena
  21. Gioie e dolori
  22. Neve dai pioppi

Angelo e Lucifero

(Racconto non pendolare)

– Una granita fragola e panna, con brioche, grazie.
Il barista armeggia con i suoi strumenti con maestria. Nel suo bar sembra che il tempo si sia fermato.
Lo stesso bancone, gli stessi tavolini, le stesse sedie che ho lasciato lì vent’anni fa. Anche lui e il suo sarcasmo sembrano inalterati.
– Ecco un miracolo fragola e panna al ragazzo con quattro occhi…
Lo ignoro, afferro il bicchiere e pregusto una felicità che mi è preclusa da due decenni. Mi dirigo verso un tavolino, ma lo sguardo cade su una ragazza alla cassa e le mie mani cedono.
La felicità si frantuma in mille piccoli pezzi di vetro. Guardo in basso: granita fragola e panna sparsa per terra, come grumi di sangue e di carne bianca.
– Ohu, ma hai ‘i manu fatti ‘i merda? Lo sai che me lo paghi lo stesso, vero?
La ragazza nel frattempo si è voltata, mi ha studiato e ha deciso che sono io.
– Enzo!
– Giovanna!

– Dammi pure della vecchia e della secchiona, ma il mio gruppo preferito sono i Beatles. E il tuo?
– Anche il mio!
In realtà dei Beatles conoscevo solo Yesterday, che ci faceva cantare l’insegnante di musica.
Ma questo sarebbe rimasto uno dei tanti segreti, che non le avrei mai svelato.

Usciamo dal bar: siamo entrambi in vacanza e in Sicilia il tempo non è mai un problema.
Decidiamo di fare una lunga passeggiata lungo le vie principali di Milazzo.
Intanto parlo, parlo tanto: spero che la fiumana di parole cancelli dalla sua memoria la figuraccia del bar.
Le racconto la mia vita a Torino, il mio lavoro, i miei genitori… Niente di importante, insomma.
Quando mi accorgo di averla ammutolita, le cedo la parola.
Mi racconta la sua, di vita. Giovanna, la poliziotta, la romana.
Ha abbandonato anche lei il nostro paese, anche se non ha reciso completamente i legami come ho fatto io.
Intanto mi mostra i posti della nostra infanzia. Via Umberto I, Piazza Roma, il Lungomare Garibaldi.
Ci sediamo sulle panchine e osserviamo la nostra città. Poco o nulla mi sembra cambiato. Solo le scritte sui muri, che inseguono nuovi eroi.
Giovanna mi dimostra che sbaglio. Mi racconta dello scempio ambientale fatto al Tono e del gioiellino che è diventata Via Medici. Della raffineria sulla destra, che ha sempre meno petrolio da raffinare e sempre meno posti di lavoro da offrire. E conclude mostrandomi qualcosa che invece è rimasto immutato: il promontorio di Capo Milazzo sulla sinistra, che è magnifico come l’ho lasciato.
Io la guardo e non la ascolto.
Quasi nulla mi sembra cambiato anche in lei. Lo stesso vestire semplice, gli stessi capelli lunghi e neri, gli stessi occhi nei quali annegare.
Il suo passo, forse, è mutato. E i suoi gesti: più decisi, più incisivi, liberi dell’insicurezza di quei terribili anni che sono la preadolescenza.
– Sei sposata?
– Solo con il mio lavoro.
– Ah già, com’è che dite voi… “Nei secoli fedele”…
– Quelli sono i carabinieri, stupido.

– Dai, prendiamo la bici e andiamo a Capo Milazzo.
– Che palle, Angelo, hai la fissa della biciclettata a Capo Milazzo.
– Sei tu, grassone, che sei pigro e non ce la fai.
– Ecco, senti cosa ti propone il grassone pigro: andiamoci via scogli, dal Tono. Tre chilometri di arrampicata.
– Che palle tu e gli scogli.
– Chi è il pigro allora?
– Facciamo che decide Ettore, allora. Dai, Ettore decidi tu.

Nel frattempo si avvicina ora di pranzo: propongo a Giovanna di comprare qualche panino e di andarli a mangiare a Capo Milazzo.
Vent’anni fa non avrebbe mai accettato. Oggi sì.
Pochi minuti dopo ci troviamo in cima al promontorio. Davanti a noi un sole di cui avevo dimenticato la bellezza. Più in basso, le Isole Eolie a fargli quasi da collana.
– Questo paesaggio è stupendo come lo ricordavo, forse anche di più. I turisti che vanno alle Eolie vedono solo il tratto dalla stazione al porto, il peggior biglietto da visita che Milazzo possa offrire. E loro non sanno cosa si perdono.
– Già. Se solo fosse tutto più curato. Guarda quel mare, sai quanta roba ci butta dentro la gente?
– Lo so, lo so. Mi ricordo che una volta in fondo al mare ci trovai pure una bicicletta…
Continuiamo così a chiacchierare e ci inoltriamo nel folto della Fondazione Lucifero.
La Fondazione Lucifero: l’umorismo siciliano applicato alla toponimia. Viene chiamato così un territorio quasi incontaminato, ex possedimento dei baroni Lucifero, ora appunto gestito dall’omonima fondazione.
Mentre camminiamo nel verde, Giovanna esaurisce gli argomenti. E inevitabilmente si finisce a parlare di Angelo.
– E’ successo tutto proprio il giorno in cui tu sei andato via da Milazzo, forse il giorno prima. Come l’hai vissuto tu da fuori?
– Io non l’ho vissuto. I miei volevano difendermi, suppongo. Non hanno neanche acceso la TV per settimane, per paura che ne parlassero ai telegiornali. Mi hanno raccontato tutto solo anni dopo.
– Noi invece lo abbiamo saputo a scuola. E’ stato lungo e doloroso, almeno per me. Il nostro compagno scomparso, i poliziotti che ci facevano domande, i giornalisti che ci facevano gli agguati, estorcendoci lacrime fotogeniche. Sei stato fortunato ad andartene. Io, per sopravvivere, ho deciso di fare nel mio piccolo delle indagini in proprio.
– In che senso “indagini”?
– Sai com’è a tredici anni. Sei un po’ bambino e un po’ adulto. Le cose le fai un po’ per gioco e un po’ sul serio. Penso sia stato in quei giorni che ho deciso tacitamente di diventare una poliziotta.
– Cos’hai fatto di preciso?
– Ho pensato intanto a chi poteva aiutarmi. Tu avresti potuto, ma eri appena partito e nessuno aveva un tuo numero di telefono nuovo. Allora ne ho parlato con Ettore.

Enzo, il grasso occhialuto. Spavaldo con i libri e balbuziente con le ragazze.
Angelo, bello, troppo bello, quasi effeminato. Carnagione troppo bianca, capelli troppo biondi, modi troppo gentili.
Ettore, lo spilungone, la voce da demente, la capra a scuola.
Il trio dei migliori amici. Buffi da vedere, così diversi tra loro. E proprio per questo così inseparabili.
Stasera però, Ettore non c’è.
– Dai, l’ultima biciclettata, prima di partire.
– Ma è sera tardi!
– Va là che i tuoi non tornano a casa prima delle dieci e mezza. E tu che fai, resti a casa l’ultimo giorno? Ma ti rendi conto che non vedrai più questi posti? E poi ho una cosa importante da raccontarti.

Il lavoro di Giovanna è stato meticoloso. Superata l’illusione che la scomparsa di Angelo fosse temporanea ed innocua, si è coordinata con Ettore e hanno cercato indizi e possibili sospetti.
Indizi, uno solo: Ettore ha scoperto che la bicicletta di Angelo era scomparsa.
– Te la ricordi la bicicletta di Angelo?
– Come si può dimenticare? Era gialla, abbagliante. Era di suo nonno e per rimodernarla se l’era riverniciata tutta. Vai capire perché di quel colore di merda. Poi non ti lamentare che ti prendano in giro…
– Roberto e i suoi, vero? Vi prendevano sempre in giro.
– Ci menavano anche, se è per quello.

– Oh, arriva ‘u ricchiuni! Ricchiuni!
Roberto si avvicina ad Angelo. Angelo, il normanno. Angelo, l’effeminato.
– Vieni, ricchiuni, buscati ‘u pani.
Guadagnati il pane, mimando il gesto di una fellatio.
Davanti ad Angelo, Roberto. Dietro Angelo, uno dei compari di Roberto, messo a quattro zampe.
Roberto che spinge Angelo, Angelo che cade all’indietro, il compare che fa da trappola, Angelo che cade all’indietro.
– Vola, Angelo, vola!
Risate. La cattiveria che solo i ragazzini sanno avere.

– Infatti Roberto e i suoi sono stati i primi che abbiamo sospettato. Li abbiamo pedinati per giorni, abbiamo provato a far loro domande a trabocchetto. Quando hanno capito dove andavamo a parare, hanno pure riempito Ettore di botte. Ma mi duole ammetterlo: come si dice, avevano un alibi di ferro. Nei giorni della scomparsa di Angelo erano tutti in campagna, a zappare. Sono stati visti da un sacco di persone.
– … e nel frattempo la polizia è arrivata a Massimo…
– Balle. Io sono arrivata a Massimo. Sono io che ho fatto il suo nome alla polizia. Poi ovviamente si sono presi loro i meriti davanti alle televisioni. A dirla tutta non è stato neanche merito mio. E’ stato Ettore a portarmi sulla pista giusta.
– Tu non sapevi che…?
– Massimo era il bidello della scuola: tutti sapevamo com’era fatto. Quello che non sapevamo era che Angelo se ne approfittava. Oddio, se così si può dire…

– Massimo, m’a catti ‘na Fanta?
– Te la compro, la Fanta, Angeluzzo, te la compro. Ma lo sai che non è gratis.
– Ah, malidittu. Ti piaci ‘u me culu eh?
– Mutu, cretinu.

Mentre rimestiamo nel peggio del nostro passato, arriviamo a Punta Mazza, il finis terrae di Milazzo.
Milazzo è una lingua sul mare, una piccola penisola. Punta Mazza è il punto in cui il mar di ponente e il mar di levante si congiungono.
E i due mari sono in burrasca, oggi come sempre, ponente e levante che si mescolano, che lottano fra loro ma che non posso esistere l’uno senza l’altro. Lo Yin e lo Yang.
Ci sediamo sull’orlo del precipizio. Giovanna riprende a parlare, quasi tra sé.
– Chissà se ho fatto bene. Ci ho pensato tanto in questi anni. Bollato come mostro in televisione, suicida in carcere poco dopo…
– I miei genitori mi hanno raccontato che in TV hanno detto che aveva anche confessato: cosa non ti torna?
– Anto’, detto schiettamente: Massimo palpava culi, niente di più. Che movente avrebbe avuto?
– Angelo non era proprio uno stinco di santo, nonostante fosse un ragazzino. Lo so per esperienza personale. Forse ricattava Massimo. Ti ricordi i telegiornali dei primi anni novanta: sembrava che l’Italia fosse stata invasa dai pedofili. Massimo avrà avuto paura.
– Me la ricordo la psicosi collettiva di quegli anni. Proprio per questo penso che per la polizia, Massimo era un capro espiatorio perfetto, da gettare in pasto ai mass media. Mi duole dirlo, da collega, ma la polizia non fece bene il suo lavoro. Per dire, non chiese mai niente a te… E poi era intimidita dagli occhi di tutti gli italiani puntati addosso. Massimo era una persona debole, sia fisicamente che mentalmente. Te lo dico da poliziotta: ad una persona così riesci a far confessare qualunque cosa.
– E allora, chi vuoi che sia stato, Ettore?
I toni si incupiscono: non era così che mi immaginavo questa passeggiata.
Propongo di iniziare a mangiare e cerco di cambiare discorso. Cerco di fare dell’umorismo ma involontariamente si tinge di nero anche quello:
– Ti ricordi le storie che giravano su Punta Mazza quando eravamo ragazzi? Si parlava di amanti traditi che si buttavano da qui nel vuoto…
– … e dopo la morte le loro anime in pena ritornavano qui e si gettavano nuovamente. Ogni notte. Per sempre. Mi ricordo. Chissà se almeno le leggende sono sopravvissute tra i ragazzi di oggi.
– D’altra parte qui di morti ce ne sono stati sempre tanti. Più sub che amanti, a dire il vero. Ci sono correnti terrificanti qui sotto, che trascinano in fondo, che prendono i corpi e non li ridanno mai indietro.
Un brivido corre sulla schiena di entrambi. Bruscamente torno sul discorso:
– Sai, il giorno in cui sono partito ho visto Angelo per l’ultima volta. Non lo sapeva nessuno. E mi ha detto una cosa importante.
– Cosa?
– Prima dimmi una cosa tu: perché ti sei data così pena di scoprire che fine abbia fatto?
– Pensavi anche tu che Angelo fosse gay? Beh, non lo era.
Giovanna sorride imbarazzata, nonostante gli anni di distanza. E continua:
– Proprio il giorno prima della scomparsa mi aveva baciato. Il mio primo bacio.

Due torce. Due bici. Una di un giallo che si vede anche al buio.
Due ragazzini si siedono sull’orlo del precipizio. Lo stesso punto dove vent’anni dopo mi siederò con Giovanna.
– Mi date tutti del ricchione. Beh, sai cosa ho fatto ieri, Anto’? Ho baciato Giovanna!
– Cos’è che hai fatto?
– L’ho baciata.
– Cazzo dici, Angelo? Giovanna, è mia. lo sai!
– Ah sì? E quanto l’hai comprata?
Angelo mi dà una spinta. Leggera, derisoria. E inizia a imitare la mia voce, calcando i toni verso il falsetto.

– Oh Giovanna… anche a me piacciono i Beatles…
– Angelo, smettila.
Angelo non la smette.

Si alza in piedi. Allarga le braccia e inizia a gridare al vento:
– Yesterday!!! All my troubles seemed so far away!!!
– Angelo SMETTILA.
– Now It looks as thought they’re here to stay!!!
– Angelo smettila o ti butto giù. A te e alla tua cazzo di bicicletta gialla.
L’acido mi brucia lo stomaco. Angelo non ricorda neanche le parole ma questo non lo ferma.

– Paraparapara yesterday!!!
L’acido sale dallo stomaco alle braccia.

Angelo continua a gridare, farfugliando versi inventati.
L’acido va dalle mie braccia alle mie mani. Dalle mie mani alle spalle di Angelo.

Angelo si volta, mi fa una linguaccia, mi guarda.
Nonostante il buio, i suoi occhi incrociano i miei. E cambia espressione.
E’ questione di attimi. Mi stupisce quanto facile possa essere, quanto facile sia.
Una spinta. Ma non leggera.
Vola, Angelo.
Vola.

Foto gentilmente concessa dall'amico Michelangelo La Spada


Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizi Di Scrittura) Giallo della tirannica Donna Camel, che mi ha sottilmente obbligato a scrivere un racconto difficile 😀 .

I milazzesi più puntigliosi potranno notare che, per l’economia del racconto, ho concentrato in Punta Mazza paesaggi e leggende dislocati in realtà in posti diversi.

Edit: Casualmente, nei giorni in cui ho pubblicato questo racconto, l’amico Michelangelo La Spada ha scattato a Milazzo una foto che sembra fatta per essere inserita qui e che mi ha gentilmente concesso.

Le regole di questo EDS:

  • Un segreto o un mistero
  • Una scena notturna
  • Una canzone dei Beatles
  • Una cosa gialla

Partecipano a questo EDS anche:

L’ego di Dio

Dio mi punirà.
Ieri ho passato tutto il pomeriggio al parco giochi, a fissare la figlia del poliziotto.
Non con lussuria, giuro! Io la amo! Ma forse è anche peggio: Dio odia le sdolcinerie.
La guardo mano nella mano con il suo papà e resto lì, fermo, bloccato. Mi tremano le gambe. Ma non riesco a sollevarle, come se una forza oscura li tenesse inchiodate al prato.
Ma io lo so, verrà un giorno in cui lei si volterà, incrocerà il mio sguardo e allora farà lei il primo passo.
Io resterò qui ad aspettarla.

Dio punirà la mia famiglia. La nostra rapina è riuscita. Siamo riusciti a seminare il poliziotto prendendo al volo questo treno, ma ciò non placa i sensi di colpa dentro di me. Cosa stiamo insegnando io e mia moglie ai nostri figli? E che vita possiamo dar loro? Non sappiamo neanche dove è diretto il treno in cui li abbiamo caricati in fretta e in furia.
Ma, che Dio ci perdoni, a volte penso che sia giusto così. Anzi, a volte sento che sia stato proprio Dio a muovere le nostre gambe, a far arrivare il treno proprio al momento giusto, a salvarci. Penso questo, mentre dal finestrino vedo scorrere le immagini di quel verde parco giochi che mi ha visto crescere e che forse non rivedrò mai più. Anche se so che questi pensieri mi faranno bruciare all’inferno.

Che Dio mi punisca pure ma lo devo dire: io lo odio. Odio Dio, odio la mia vita, odio questo treno che mi sembra di guidare da un’eternità. Gli stessi binari, lo stesso tragitto: l’eterno ritorno.
Dov’è il libero arbitrio? Davvero sono libero di alzarmi da questa postazione, scendere da qui e mandare a quel paese questo treno, con tutti i suoi passeggeri e le sue fermate? Io non credo.
Se non l’ho fatto fino ad oggi, non lo farò mai. Io che nella mia vita ho visto cinque deragliamenti eppure sono ancora qui. E anche per questo ti odio, Dio. Ho visto automobili distrutte, strade squarciate e questo treno, questo stesso treno, sventrato. Ho visto frotte di passeggeri morire: dov’era la bontà divina? Dov’era la tua onnipotenza? Perché hai permesso che succedesse o addirittura, perché TU lo hai fatto accadere?

Dio ci punirà tutti. In verità vi dico che il giorno del giudizio è vicino. E noi siamo tutti peccatori.
Guardate quel treno accasciato su se stesso, proprio di fronte a questa mia finestra. Quest’ultimo deragliamento è un monito.
Guardate il macchinista! Ricordate i discorsi che faceva su Dio? E ora eccolo lì: il corpo è ancora sul treno, la testa è tra i binari.
E quella famiglia. Sapevamo tutti che fossero dei ladri. E ora vedete voi stessi che fine fanno i peccatori. Pentiamoci, vi dico!
Guardate questa città: c’è un parco giochi, c’è la stazione dei treni, ci sono le nostre case. Ma non c’è una chiesa, una sola. Non c’è un posto dove rendere grazie a Dio, non c’è un pastore che segua le nostre anime, non c’è un luogo dove inginocchiarsi e chiedere perdono.
Non potrà andare avanti così per molto: pentiamoci, vi dico, o Dio ci punirà tutti.

Dio ci ha puniti. Compagni, amici. Oggi è il giorno del dolore. Tanti di noi hanno perso i propri cari. Qui, in questo bel verde, c’era il nostro bel parco giochi. Qui, proprio qui dove io sto parlando, il nostro poliziotto ha perso sua figlia.
Le nostre case sono distrutte, non c’è neanche più una stazione per poter fuggire via.
Ma dobbiamo essere forti. I nostri padri ci hanno tramandato la storia: sappiamo che ciò è già successo. E ci hanno anche insegnato che quando un dolore così grande investe una comunità, l’unico modo per reagire è restare uniti, rimboccarsi le maniche e ricostruire.
Perché, per Dio!, la ricostruiremo la nostra bella città! Su questo prato verde giuro a voi, a me stesso e ai miei figli che i bambini torneranno a giocare.
Ricostruiremo tutto, pezzo per pezzo, mattoncino per mattoncino.
E vi dirò di più, compagni, non solo ricostruiremo tutto ma faremo anche in modo che ciò non accada più.
Compagni, so che è terribile quanto sto per dirvi, ma dentro di me ho un grido che deve uscire fuori: dobbiamo ribellarci a Dio!
Un Dio che permette ciò è un Dio che non ci ama e che non merita il nostro amore.
Guardate quel predicatore: lui amava Dio più di quanto potremo fare mai noi stessi tutti insieme. Ma ciò non l’ha salvato. Il terremoto lo ha sorpreso alla finestra, dove stava sempre, proprio durante una delle sue tante prediche. E non lo ha risparmiato.
E allora giuro che cacceremo Dio dalla nostra città, come lui ci ha cacciato dall’Eden.
Ma bisogna fare in fretta: vedo che Dio sta tornando. E sento già quella voce, più potente di Dio e più malvagia di Lui, che gli dice: “Su, metti a posto tutti quei mattoncini sparsi per terra, ché è pronto a tavola.”

 

Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizio Di Stile) verde della Donna Camel che ha come regole:

  • contenga qualcosa di verde
  • tralasci di dire o spiegare nel dettaglio un mondo o una piccola cosa

Hanno partecipato anche:

Il treno rivelatore

Sì, è vero. Sono nervosissimo, spaventevolmente nervoso e lo sono stato sempre.
Voi invece pensate che io sia il classico furbetto italiano. State attenti! Ascoltate il mio  racconto e capirete che non è così.

Credo che la colpa sia del mio collega! Certo, è colpa sua!
Dovevo prendere un Frecciarossa, avevo già il biglietto. Voi mi credete un furbetto. E un furbetto comprerebbe il biglietto online in anticipo, in un treno costoso?
E’ il destino che ha voluto diversamente: la riunione è andata per le lunghe e ho dovuto ripiegare su un regionale, preso da una minuscola stazione sconosciuta. Mi ha accompagnato questo collega in macchina. Mi ha portato fin lì ed è subito andato via.
Sarà evidente anche a voi che mi odia. Teme che io voglia scavalcarlo oppure lui vuole scavalcare me. Sta di fatto che mi ha abbandonato lì: se non mi odiasse, mi avrebbe aiutato a fare il biglietto. Ma mi odia, come tutti gli altri colleghi, del resto.

Voi mi credete furbetto! Ma se mi aveste visto! Se aveste visto con che minuzia ho cercato una macchinetta per fare i biglietti! Con che pazienza, con quale ansia, con quanta determinazione mi sono messo alla ricerca! Ma tutto ciò che sono riuscito a trovare è stato un rudere che palesemente non funziona da anni.
E il treno dovevo prenderlo. Dovevo. Così sono salito, ho cercato un posto isolato, mi sono seduto.
Scommetto che voi pensate che ho cercato un posto vicino al bagno, dove nascondermi in caso di controlli. O almeno un posto nel vagone più affollato: è risaputo che i controllori non passano dove ci sono troppi passeggeri ammassati. Ma no, cari miei. Mi sono seduto in un vagone centrale, con poche persone, in un posto senza nessuno accanto.
D’un però intesi un gemito: era un passeggero dietro di me, arrivato di corsa all’ultimo momento, che ha deciso di sedersi proprio accanto a me.
Ansimava ancora. Ah, io lo conoscevo bene quel rumore! Quasi sempre anch’io prendo il treno all’ultimo momento, anche se cerco sempre di uscire di casa in anticipo.
Cercai di ignorarlo. Aprii un libro per isolarmi nella lettura.
L’aprii dunque, soltanto che l’occhio del Passeggero cadde sulla copertina:
– Il mio nome è Rosso! – esclamò
– Prego?
– Il mio nome è Rosso, Pamuk. Gran bel libro! Le piacciono i delitti, eh?
Allude? Bofonchio una risposta incomprensibile.
– Scusi, ho il vizio di spiare le letture degli altri. Ma vedo che non vuole essere disturbato, la lascio in pace.
Tornai alla lettura, sperando di non avere più contatti umani fino all’arrivo. Ma tutto è stato vano. Tutto vano, perché il Controllore che s’avvicinava era passato dinnanzi a noi con la sua grande ombra nera, e così aveva avviluppato la sua vittima.

– Tra quanto arriveremo a Millemondi?
E’ il Passeggero che parla. E il Controllore risponde:
– E’ la prossima. Ancora pochi minuti.

Allora sono salvo. E il Controllore non sta facendo controlli. Ah! ah!
Sorrisi – perché che cosa avevo da temere? – Nell’entusiasmo della mia fiducia feci anche una battuta:
– Un treno in orario! Che evento!
Il Passeggero rincara:
– Da segnare sul calendario. A Millemondi, poi, la città italiana senza regole per eccellenza. Quanti treni arrivano in orario a Millemondi, controllo’?
– Ah, ma senza regole non sono mica i treni – replica il Controllore – sono le persone. Sa quanti ne trovo senza biglietto ogni giorno?
– Ah sì, ne vedo tanti anch’io. Poi vengono a dire che si sono dimenticati, che sono sbadati oppure che non fanno il biglietto per precisa scelta politica…
– Sì sì, è vero. E il mio stipendio chi lo paga?

Sentii che diventavo pallido, e desiderai che se n’andassero. Mi doleva la testa, e mi sembrava di sentirmi un tintinnio nelle orecchie; ma quelli restavano sempre seduti e chiacchieravano sempre.
Il tintinnio divenne ancora più distinto; persistette e divenne ancora più distinto. Chiacchierai più abbondantemente per sbarazzarmi da quella sensazione; ma non mi lasciò, e prese un carattere del tutto deciso, tanto che alla fine m’accorsi che il rumore non era dentro le mie orecchie.

Senza dubbio allora divenni pallidissimo; ma io chiacchieravo ancora più lesto e più forte. Il rumore aumentava sempre – ed io che potevo fare? – Era un rumore sordo, soffocato, frequente, assai simile a quello che fa solitamente il treno che viaggia sui binari.
Ma era più forte, era accusatore: il treno sapeva.

Respirai laboriosamente; i due non sentivano ancora. Parlai più lesto; con più veemenza; ma il rumore cresceva, incessante. M’alzai, e disputai su delle piccolezze, in un diapason elevatissimo e con una violenta gesticolazione; ma il rumore cresceva, sempre. Perché non se ne volevano andare?

La voce sintetica dagli altoparlanti annunciava la stazione di Millemondi. Ma il rumore dominava sempre, e cresceva indefinitamente. Diventava più forte, più forte! Sempre più forte! E quegli uomini discorrevano sempre, scherzavano e sorridevano. Ma era mai possibile che non sentissero? Dio onnipotente!

No, no, sentivano! Sospettavano! sapevano! Si facevano un gioco, un divertimento del mio terrore! Lo credetti e lo credo ancora. Ma tutto, tutto era più tollerabile di quella derisione! Non potevo sopportare di più quegli ipocriti sorrisi! Sentii che bisognava gridare o morire! – e ancora, e sempre, lo sentite? – ascoltate! più forte! – più forte! sempre più forte!

– Miserabili! – gridai – Non fingete più! Confesso! Non ho fatto il biglietto!

 

Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizio Di Scrittura) Rosso come il peccato, de La Donna Camel.

Le regole:

  • Un peccato
  • Qualcosa di rosso
  • Tre personaggi
  • Qualche battuta di dialogo

Gli altri partecipanti:

Lotta di classe

Per due giorni all’anno i pendolari della mia tratta espiano i loro peccati.

I due giorni del giudizio sono a inizio inverno e a metà primavera, anche se i giorni precisi cambiano di anno in anno. Sono i giorni in cui le scolaresche delle scuole elementari della provincia vanno in gita a Millemondi.

Il supplizio non è la mancanza di posti a sedere, né il chiasso dei bambini. Il supplizio è dover sopportare la presenza di alcuni personaggi.

– Guarda quanto fumo in quella casa!
– Dove?
– Ecco, tu non vedi mai niente! – segue gomitata d’intesa con il vicino.
– Ma io penso…
– Pensa… Ora lui pensa pure. Che pensi tu in quella testa vuota? Pensi solo cretinate al massimo.
– Sì che penso! E devo dirti una cosa.

E io proprio questi personaggi qui non li sopporto. Non le sopporto queste maestre.

Soprattutto non sopporto questa maestra. Che oggi continua a vessare quel povero bambino.

Lei con il suo marcato accento napoletano, che dovrebbe crearmi un moto di solidarietà per la comune origine meridionale e che invece nel parlare mi ricorda tutto ciò che del Sud vorrei dimenticare.
Lei che dal suo accento così fuori posto qui al nodo mi fa pensare che suo padre probabilmente apparteneva alla stessa classe sociale di quel bambino e il cui nonno ha sopportato angherie simili a quelle che quel bambino tiene sul groppone.
Lei che ora fa la bulletta, forte di quel piccolo gradino in più in cui si trova nella scala sociale, che la fa tanto sentire donna di classe e che le permette di fare ‘o jaddu ncopp’a munnezza.

E la sopporto ancora meno quando scopro perché si accanisce così tanto proprio con quel bambino.

– Dai, sentiamo la tua cretinata del giorno.
– Io non voglio entrare nella casa di Gesù.
– Cos’è che non vuoi fare tu? Andiamo in gita a Millemondi. Millemondi è piena di chiese e tu vuoi restare fuori da solo?
– Non da solo. Tu puoi restare con me.
– Col cavolo. Tu entri. Io non voglio entrare nella casa di Gesù… Sentilo. E in che casa entrate voi musulmani? Ma fammi il piacere…

* * *

Questo post partecipa agli EDS (Esercizi di Stile) di Pendolante.
Seguirà lista degli altri partecipanti…