Tutti gli articoli di Marco Carnazzo

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Sviluppatore software di professione, pendolare per necessità, blogger per hobby, padre per ottimismo.

MDEU (3/5)

QuarkTerza parte di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in uno dei suoi habitat naturali: un treno per pendolari.

L’accoppiamento è presente spesso nelle comunicazioni tra MDEU ma poco nella loro vita reale. Nell’habitat studiato, ad esempio, non abbiamo avuto modo di vedere una femmina di MDEU. Infatti, sebbene a volte in treno abbiamo assistito a scene che potrebbero apparire di corteggiamento, l’oggetto di tali atteggiamenti era un’esemplare di una specie talmente più evoluta da risultare difficile credere che sia il corrispettivo femminile dell’MDEU. Quanto segue, quindi, è frutto di pure congetture derivanti dalle comunicazioni tra esemplari della specie analizzata.

L’MDEU si accoppia esclusivamente nella stagione calda. In quel periodo, come il salmone, l’MDEU compie ardui tragitti recandosi in un luogo votato al corteggiamento. Tale luogo è inospitale, insalubre e non adatto a qualunque altra attività. Gli MDEU lo chiamano Riviera Romagnola.
Il corteggiamento vero e proprio è similare a quello dei pavoni, solo un po’ più rozzo. La femmina si pone sopra un cubo e il maschio si dimena di fronte a lei. Il più prestante o quello con più Fogli Di Carta prevale e ha il diritto di accoppiarsi.
Dopo la procreazione, l’MDEU disconosce i cuccioli ed il loro accudimento è compito esclusivo della femmina. Questo in parte potrebbe spiegare l’assenza di femmine di MDEU in treno.

Nella prossima parte: Organizzazione sociale degli MDEU.

MDEU (2/5)

Star Wars soccer

Seconda parte di un breve trattato sull’MDEU (Maschio Di Essere Umano), specie che ho avuto modo di studiare in uno dei suoi habitat naturali: un treno per pendolari

La seconda attività degli MDEU consiste nel procacciarsi Fogli Di Carta (FDC).
Questi FDC non sono commestibili, sono anti-igientici e non sono neanche belli esteticamente, eppure sembrano avere molta importanza per l’MDEU medio.
L’MDEU occupa molto del suo tempo ad attività finalizzate all’ottenimento di questi Fogli oppure al loro furto. Questi FDC sono anche al centro di molte comunicazioni tra MDEU: come ottenerli, come non cederli a terzi ma paradossalmente anche quanto siano antipatici gli MDEU che ne possiedono tanti.

Dopo le esigenze primarie (non sentirsi stupidi, procacciarsi fogli di carta, mangiare, bere ed andare di corpo) ma ben prima prima di quelle legate alla sopravvivenza della specie, l’MDEU si occupa di qualcosa chiamato “Calcio”.
Il Calcio è il terzo grande mistero del pianeta Terra (il secondo è la Morte ed il primo è la Formula Uno).
Il Calcio consiste nell’osservare ed ammirare una scatola che mostra 22 miliardari che danno calci ad una sfera. Si definiscono miliardari altri maschi che hanno tantissimi FDC: ciò contraddice il punto precedente, ma, come già detto, il Calcio ha un che di insondabile.
Le comunicazioni che vertono sul Calcio sono piene di suoni che non sono ancora riuscito a decifrare, come ad esempio “fuorigioco”, “zona cesarini” o “arbitro cornuto”. Spesso tali comunicazioni sono strettamente legate all’attività primaria, quella di non sembrare stupidi, tendenzialmente tramite l’uso della violenza verbale.
Una minoranza di MDEU, della categoria “homo sinistroide sfigatus” si occupa non di Calcio, bensì di “Politica”. La Politica è u ‘attività similare al Calcio ma senza l’uso di una sfera.

Nella prossima parte: l’accoppiamento dell’MDEU.

MDEU (1/5)

Il Pianeta Verde

La Terra è un pianeta vasto e tollerante. Il che l’ha resa ospitale per le forme di vita più varie. Alcune sono magnifiche e rendono la vita su di esso degna di essere vissuta, altre decisamente meno. Non tanto per motivazioni estetiche, quanto perché i loro comportamenti sono incomprensibili e tendenti al pericoloso.

Una di queste specie è comunemente chiamata Maschio Di Essere Umano (MDEU).
Ho svolto i miei studi in uno dei loro habitat: un treno per pendolari. La postazione, sia pur limitata, ha reso agevole studiarli senza correre il rischio di contatti troppo ravvicinati.
Quello che segue è un breve trattato sui loro strani rituali e i loro curiosi idiomi.

L’attività principale degli MDEU è “non apparire stupidi”. Tale attività li impegna molto più di quelle strettamente legate alla sopravvivenza. Paradossalmente, l’eccessivo applicarsi a questa attività li fa apparire stupidi.

A titolo esemplificativo ma non esaustivo, prendiamo una sottospecie di MDEU: il Maschio di razza Incazzato Invano (homo furens scatsens).
L’homo furens scatsens, per nascondere la sua insicurezza, racconta continuamente di minacce che ha rivolto ad altri suoi simili.
I suoi versi sono facilmente identificabili per i toni usati e perché iniziano tutti con il suono “La prossima volta”. Qualche esempio:

  • La prossima volta lo meno.
  • La prossima volta gli rigo la macchina.
  • La prossima volta mi licenzio.

La coerenza tra quanto dice e quanto fa, per sua fortuna, è risibile. Tale caratteristica è accentuata nell’homo furens scatsens ma è comune a tutti gli MDEU.

Nella prossima parte: le altre due attività principali dell’MDEU (i Fogli Di Carta e il Calcio).

Il prossimo Presidente del consiglio

Obama me

Ha i denti aguzzi e la coda puntuta. Ronfa per metà giornata e per l’altra metà ringhia. Nelle fasi di veglia, mentre digrigna i denti, è concentrato a progettare e realizzare nuove angherie per i poveri viaggiatori.

Nell’immaginario collettivo è più o meno questa l’immagine di un dirigente qualsiasi di una qualsiasi azienda che gestisce una rete ferroviaria qualunque. Per non parlare delle fantasie sulle loro riunioni.

Poi invece te ne ritrovi uno mimetizzato tra i viaggiatori. Ha una sola testa, due sole braccia, due sole gambe. Non è né troppo magro né troppo grasso. Veste abbastanza sportivo. Cerco di non notare un particolare ma lo noto: è nero.

Nessuno sarebbe stato in grado di distinguerlo dagli altri viaggiatori se nello scompartimento non si fosse instaurata una discussione: tra poco arriveranno alcune novità che riguardano gli abbonamenti e si chiedeva lumi al capotreno. Alle richieste seguono risposte vaghe, alle risposte vaghe seguono lamentele.

Nella discussione interviene anche l’uomo in questione: con voce calma e baritonale descrive le novità, evidenzia i cambiamenti, spiega le motivazioni. È troppo competente per non suscitare sospetto: si vede costretto a qualificarsi.
Alla rivelazione, le due signore di fronte a lui ridono come scolarette sorprese a parlare male di un professore.

– Chissà quante lamentele sente ogni giorno e oggi si è dovuto sorbire anche le nostre!

– La lamentele, o ancora meglio le critiche, sono importanti. Dovete farle. Dovreste farle non solo qui: agli organi competenti, per iscritto. Voi forse pensate che negli uffici siamo tutti o fannulloni o ladri. Sicuramente c’è del vero in questo stereotipo ma vi assicuro che non siamo tutti cosi. C’è chi ama il proprio lavoro e vorrebbe farlo al meglio. Ma anche i volenterosi di solito lavorano in ufficio, non in treno. Progettano cose che sulla carta sono perfette ma nella pratica magari no. Ma quando qualcosa non va, noi nei nostri uffici non lo sappiamo. Gli esperti veri siete voi, che prendete questo treno ogni santo giorno. Io sto iniziando a prenderlo ogni tanto ma sarebbe ancora meglio se avessi il vostro aiuto: le vostre lamentele. Anche perché ho parecchia gente sopra di me e solo con qualcosa vostro di scritto posso avere un minino di potere contrattuale.

Ecco, fatemi un favore: fate diventare quest’uomo Presidente del Consiglio. O almeno Superdirettore Megagalattico.

La figlia ideale

telefono

Ogni mattina parte una telefonata che collega una ventenne e una cinquantenne.

Ogni mattina una voce impastata dal sonno parte da Agreste, attraversa decenni di tecnologia e raggiunge un cuore a Roma.

Gli argomenti non scarseggiano mai: il perfido clima di Agreste, le dichiarazioni di questo o quel politico, l’ultima  sciagura combinata dal solito zio, i recenti pettegolezzi, un bellissimo articolo su Internazionale…

Sono tutti pretesti, lo sa la ventenne, lo sa la cinquantenne.
Il vero messaggio è che mi manchi, che vorrei essere lì a Roma, se non proprio con te, almeno a portata di un pranzo insieme.

Ogni mattina, mio malgrado, le ascolto. E le invidio.
Vorrei sedermi accanto alla ventenne e chiederle come si fa ad essere figli ideali.
O almeno farmi passare la madre per chiederle come si fa ad essere bravi genitori.

Italian music (Best of)

Mandolin

– Sorry, I don’t know Mr Rossi.
– No?!? Vasco Rossi? The best Italian rocker? But he’s great! He’s anticonformist, like Eminem, you know?
– Yeah, I know Eminem.
– Good. And Battisti? Lucio Battisti, you know? No? Listen… This song is “Anna”. Oh but here something different. You know this song, sure. Listen… No? It’s incredible! “The good, the ugly and the bad”… The soundtrack, by Sergio Leone. You know… Western movie with Clint Eastwood.
– Yeah. I know Eastwood.

Il giochino va avanti per un po’. Uno dice il nome di un musicista italiano, accompagnato da supporto audio, l’altro non conosce nessuno (salvo qualche nome internazionale) e il primo si scandalizza. Il tutto in un inglese pregno di errori di grammatica e di contenuto. I salti di genere musicale sono imperscrutabili. Dopo Rossi, Battisti e Leo… ehr… Morricone, è il turno di Modugno, Cocciante ed Endrigo.

La scena non avrebbe poi niente di surreale se si svolgesse nel mio solito trenino in ora di punta: il primo sarebbe il solito italiano patrio-centrico ed il secondo uno straniero paziente.
Il tutto però si svolge alle due di notte, in un campeggio sperduto della Grecia, sulla costa di fronte alle isole Skiathos. Non sono certo dell’identità del secondo: ascolto il dialogo mentre sono dentro la mia tenda. Ma riconosco la voce del primo: è il mio vicino di tenda.

Ed è greco.

Il treno del sole

Ad agosto ci si diverte. Sempre. Per forza.
Sarà per questo che le vicende più drammatiche mi tornano in mente d’estate.
D’altra parte, la Storia sembra essere d’accordo con me.
Il 2 agosto 1980 è avvenuta la strage alla stazione di Bologna, che ho già raccontato l’anno scorso.
L’8 agosto 1956 invece avvenne il disastro di Marcinelle.

— Imparate le lingue e andate all’estero (Alcide De Gasperi)

Avrei potuto scrivere un racconto in proposito ma non avrei mai potuto uguagliare il poeta siciliano Ignazio Buttitta. Lascio quindi a lui le parole.
Con questo post vi saluto: per un po’ vado in ferie.
Ci si vede a (metà?) settembre.

Testo

Vai alla (mia) traduzione in italiano

Turi Scordu, surfararu,
abitanti a Mazzarinu;
cu lu Trenu di lu suli
s’avvintura a lu distinu.

Chi faceva a Mazzarinu
si travagghiu nun ci nn’era?
fici sciopiru na vota
e lu misiru ngalera.

Una tana la sò casa,
quattru ossa la muggheri;
e la fami lu circava
cu li carti di l’usceri.

Setti figghi e la muggheri,
ottu vucchi ed ottu panzi,
e lu cori un camiuni
carricatu di dugghianzi.

Nni lu Belgiu, nveci,
ora travagghiava jornu e notti;
a la mogghi ci scriveva:
nun manciati favi cotti.

Cu li sordi chi ricivi
compra roba e li linzola,
e li scarpi pi li figghi
pi putiri jri a scola.

Li mineri di lu Belgiu,
li mineri di carbuni:
sunnu niri niri niri
comu sangu di draguni.

Turi Scordu, un pezzu d’omu,
a la sira dormi sulu;
ntra lu lettu a pedi fora
smaniava comu un mulu.

Cu li fimmini ntintava;
ma essennu analfabeta,
nun aveva pi ncantarli
li paroli di pueta.

E faceva pinitenza
Turi Scordu nni lu Belgiu:
senza tònaca e né mitra
ci pareva un sacrilegiu.

Certi voti lu pinseri
lu purtava ntra la tana,
e lu cori ci sunava
a martoriu la campana.

Ca si c’era la minestra
di patati e di fasoli,
nni dda tana c’era festa
pi la mogghi e li figghioli.

Comu arvulu scippatu
senza radichi e né fogghi,
si sinteva Turi Scordu
quannu penza figghi e mogghi.

Doppu un annu di patiri
finalmenti si dicisi:
«Mogghi mia, pigghia la roba,
venitinni a stu paisi».

E parteru matri e figghi,
salutaru Mazzarinu;
li parenti pi d’appressu
ci facevanu fistinu.

Na valiggia di cartuni
cu la corda pi traversu;
nni lu pettu lu nutricu
chi sucava a tempu persu.

Pi davanti la cuvata
di li zingari camina:
trusci e sacchi nni li manu,
muntarozzi fini la schina.

La cuvata cu la ciocca
quannu fu supra lu trenu,
nun sapeva s’era ncelu…
si tuccavà lu tirrenu.

Lu paisi di luntanu
ora acchiana e ora scinni;
e lu trenu ca vulava
senza ali e senza pinni.

Ogni tantu si firmava
pi nfurnari passaggeri:
emigranti surfarara,
figghi, patri e li muggheri.

Patri e matri si prisentanu,
li fa amici la svintura:
l’emigranti na famigghia
fannu dintra la vittura.

«Lu me nomu? Rosa Scordu».
«Lu paisi? Mazzarinu».
«Unni jiti ?». «Unni jiamu?
Unni voli lu distinu!».

Quantu cosi si cuntaru!
ca li poviri, si sapi,
hannu guai a miliuna:
muzzicati di li lapi!

Quannu vinni la nuttata
doppu Villa San Giuvanni
una radiu tascabili
addiverti nichi e granni.

Tutti sentinu la radiu,
l’havi nmanu n’emigranti;
li carusi un hannu sonnu,
fannu l’occhi granni tanti.

Rosa Scordu ascuta e penza,
cu lu sapi chi va a trova…
n’àtra genti e nazioni,
una storia tutta nova.

E si strinci pi difisa
lu nutricu nsunnacchiatu
mentri l’occhi teni ncoddu
di li figghi a lu sò latu.

E la radiu tascabili
sona musica di ballu;
un discursu di ministru;
un minutu d’intervallu.

Poi detti li nutizii,
era quasi menzannotti:
sunnu l’ultimi nutizii
li nutizii di la notti.

La radio trasmette:
«Ultime notizie della notte.
Una grave sciagura si è verificata
in Belgio nel distretto min:erario
di Charleroi.
Per cause non ancora note
una esplosione ha sconvolto
uno dei livelli della
miniera di Marcinelle.
Il numero delle vittime è
assai elevato».

Ci fu un lampu di spaventu
chi siccò lu ciatu a tutti;
Rosa Scordu sbarra l’occhi,
focu e lacrimi s’agghiutti.

La radio continua a trasmettere:
«I primi cadaveri riportati
alla superficie dalle squadre di soccorso
appartengono a nostri connazionali
emigrati dalla Sicilia.
Ecco il primo elenco
delle vittime.
Natale Fatta, di Riesi provincia di
Caltanissetta,Francesco Tilotta, di
Villarosa provincia di Enna
Alfio Calabrò, di Agrigento
Salvatore Scordu… ».

Un trimotu: «Me maritu!
me maritu!» grida e chianci,
e li vuci sangu e focu
dintra l’occhi comu lanci.

Cu na manu e centu vucchi,
addumata comu torcia,
si lamenta e l’ugna affunna
ntra li carni e si li scorcia.

L’àutra manu strinci e ammacca
lu nutricu stramurtutu,
ca si torci mentri chianci
affucatu e senza aiutu.

E li figghi? cu capisci,
cu capisci e cu un capisci,
annigati nmenzu a l’unni
di ddu mari senza pisci.

Rosa Scordu, svinturata,
nun è fimmina e né matri,
e li figghi sunnu orfani
di la matri e di lu patri.

Misi attornu l’emigranti
ca nun sannu zoccu fari;
sunnu puru nmenzu a l’unni:
strascinati di ddu mari.

Va lu trenu nni la notti,
chi nuttata longa e scura:
non ci fu lu funirali,
è na fossa la vittura.

Turi Scordu a la finestra,
a lu vitru mpiccicatu,
senza occhi, senza vucca:
è un schelitru abbruciatu.

L’arba vinni senza lustru,
Turi Scordu ddà ristava:
Rosa Scordu lu strinceva
nni li vrazza, e s’abbruciava.

Traduzione

Turi Scordu, zolfataro,
abitante di Mazzarino,
con il Treno del sole
si avventura al suo destino.

Cosa poteva fare a Mazzarino
se lavoro non ce n’era?
Una volta fece uno sciopero
e finì in galera.

La sua casa era una tana,
sua moglie era quattro ossa
e la fame lo cercava
con le carte dell’usciere.

Sette figli e la moglie,
otto bocche e otto pance
e il suo cuore un camion
carico di dolori.

In Belgio, invece,
ora lavorava notte e giorno
e alla moglie scriveva:
non mangiate fave cotte.

Con i soldi che ricevi
compra roba e lenzuola
e le scarpe per i bimbi
per poterli mandare a scuola.

Le miniere del Belgio,
le miniere di carbone:
sono nere nere nere
come sangue di dragone.

Turi Scordu, un pezzo d’uomo,
la sera dorme solo;
nel letto, con i piedi fuori
smania come un mulo.

Con le donne ci provava
ma essendo analfabeta
gli mancavano per incantarle
le parole del poeta.

E faceva penitenza
Turi Scordu in Belgio:
senza tonaca né mitra
gli sembrava un sacrilegio.

Certe volte i brutti pensieri
li portava fin dentro la tana
e il core suonava
la campana a morto.

Ché se c’era la minestra
di patate e di fagioli
nella tana c’era festa
per la moglie e per i figli.

Come albero estirpato
senza radici né foglie
si sentiva Turi Scordu
quando pensava ai figli e alla moglie.

Dopo un anno di patimenti
finalmente si decise:
«Moglie mia, raccatta tutto
e vieni in questo paese».

E partirono madre e figli,
salutarono Mazzarino;
li parenti accompagnandoli
facevano loro festa.

Nella valigia di cartone
con la corda di traverso;
nel petto il neonato
che ciucciava a tempo perso.

In avanti la covata
degli zingari cammina:
pacchi e sacchi in mano,
montagne fin sulla schiena.

La covata con la chioccia
quando fu sul treno,
non sapeva se era in cielo…
o se toccava terra.

Il paese lontano
salvia e scendeva;
e il treno che voleva
senza ali e senza pinne.

Ogni tanto si fermava
per infornare passeggeri:
emigrati zolfatari,
figli, padri e mogli.

Padri e madri si presentano:
la sventura li fa amici:
gli emigranti diventano una famiglia
dentro la vettura.

«Il mio nome? Rosa Scordu».
«Il paese? Mazzarino».
«Dove andate?». «Dove andiamo?
Dove vuole il destino!».

Quante cose si raccontarono!
Ché i poveri, si sa,
hanno guai a milioni:
morsi dalle api!

Quando venne la nottata
dopo Villa San Giovanni
una radio tascabile
allietava grandi e piccoli.

Tutti sentono la radio,
ce l’ha in mano un emigrante:
i ragazzi non hanno sonno,
fanno gli occhi grandi.

Rosa Scordu ascolta e pensa,
chissà cosa troverà…
altra gente, altre nazioni,
una storia tutta nuova.

E si stringe per difesa
il neonato insonnolito
mentre tiene gli occhi
sui figli che le stanno di fianco.

E la radio tascabile
suona musica da ballo;
il discorso di un ministro;
un minuto di intervallo.

Poi diede le notizie,
era quasi mezzanotte:
sono le ultime notizie,
Poi detti li nutizii,
le notizie della notte.

La radio trasmette:
«Ultime notizie della notte.
Una grave sciagura si è verificata
in Belgio nel distretto minerario
di Charleroi.
Per cause non ancora note
una esplosione ha sconvolto
uno dei livelli della
miniera di Marcinelle.
Il numero delle vittime è
assai elevato».

Ci fu un lampo di spavento
che secco il fiato a tutti:
Rosa Scordu sbarra gli occhi,
si inghiotte fuoco e lacrime.

La radio continua a trasmettere:
«I primi cadaveri riportati
alla superficie dalle squadre di soccorso
appartengono a nostri connazionali
emigrati dalla Sicilia.
Ecco il primo elenco
delle vittime.
Natale Fatta, di Riesi provincia di
Caltanissetta,Francesco Tilotta, di
Villarosa provincia di Enna
Alfio Calabrò, di Agrigento
Salvatore Scordu… ».

Un terremoto: «Mio marito!
mio marito!» grida e piange,
e le voci sangue e fuoco
dentro gli occhi come lance.

Una mano e cento bocche,
accesa come una torcia,
si lamenta e affonda le unghie
nella carne e se la strappa.

L’altra mano stringe e ammacca
il neonato tramortito
che si contorce mentre piange
affogato e senza aiuto.

E i figli? Chi capisce,
chi capisce e non capisce,
annegati tra le onde
di quel mare senza pesci.

Rosa Scordu, sventurata,
non è donna e non è madre,
e i figli sono orfani
sia di madre che di padre.

Tutti intorno gli emigranti
che non sanno cosa fare;
Sono pure tra le onde:
trascinati da quel mare.

Va il treno nella notte,
che nottata lunga e scura:
non ci fu nessun funerale,
è la fossa il carro funebre.

Turi Scordu alla finestra
attaccato al vetro,
senza occhi, senza bocca:
è uno scheletro bruciato.

Venne l’alba senza luce,
Turi Scordu restava li:
Rosa Scordu lo stringeva
tra le braccia e si bruciava.

Le cuffie

Cuffie

Nel gruppo di ragazze c’era sempre la fortunata con un giradischi portatile.
Si andava “a fare la monda”: un lavoro duro. Schiena piegata a raccogliere riso, piedi in ammollo che promettono future artriti.
Divertirsi era un dovere, farlo insieme una necessità, farlo ballando in qualunque piazzale lo rendesse possibile una bellezza.
Poi arrivò il benessere. Niente più mondine e, qualche anno dopo, niente più giradischi.

— Vai pure dove vuoi, Società: io ho il mio walkman. Vai, società, vai! (Marco Paolini, Io e Margaret Thatcher)

Nel gruppo di ragazzi in gita scolastica tantissimi hanno un walkman.
Divertirsi è un dovere verso le regole comuni, farlo in discoteca ascoltando musica orribile è una necessità per la perpetuazione della specie, farlo ballando in modo ridicolo è un impulso dettato dagli ormoni impazziti dell’adolescenza.
Ma quando vuoi ascoltare musica, vera musica, musica tua, c’è il walkman e un paio di auricolari. Uno per orecchio, in teoria, ma in pratica in gita un orecchio lo si sacrifica e un auricolare va alla bella di turno o, se tutto va male (e in gita con le coetanee va sicuramente male) con un amico scroccone.

Nel gruppo di pendolari universitari in molti hanno le cuffie, atomiche.
Ognuno le proprie cuffie, ognuno la propria musica, ognuno le proprie playlist.
E tutti, ciascuno secondo il proprio ritmo, ondeggiano la testa, dicendo sì ad un imprecisato futuro.

Ma poi non è neanche vero che la playlist è propria: verrà condivisa sui social network, se ne parlerà con gli amici, dentro e fuori Internet, con quelli rimasti vicini per mancanza di coraggio e con quelli che sono andati a fare la monda all’estero. Si conosceranno note e affetti in modi incomprensibili agli anziani.
Divertirsi resterà un dovere, farlo insieme una necessità e la bellezza sopravviverà in nuove orecchie, in nuovi modi.

Audrey Hepburn

AudreyAudrey Hepburn sale sul treno, sorretta da due manici, legati a un paio di mani affusolate e ben curate.

La padrona delle mani e di Audrey Hepburn veste sempre in nero e con eleganza. Non c’è un elemento del suo abbigliamento o del suo trucco che sia fuori posto. Resiste alle tentazioni del lifting ma usa ogni altra arma che la toeletta fornisce per lottare contro l’età.
E’ brutta, inequivocabilmente. Ma di una bruttezza particolare, che si fa notare.
Una gatta non più sinuosa ma ancora piacente.

Poi in un giorno di festa prendo il treno contro ogni abitudine e la trovo nel vagone, come nei giorni lavorativi, con la sua capigliatura perfetta e le sue unghie laccate. Ma con una borsa di Marylin Monroe e – orrore! – un vestito azzurro: un accecante cielo flash.

La novità mette in mostra la pelle che cede, lo sguardo strabico, le gambe stanche.
Basta così poco per trasformare tristemente una gatta in una gattara.

Il chimico

Avrà sui cinquant’anni, portati bene. Capelli grigi su di un corpo ancora in forma.
Non parla mai con nessuno e anche per chiedere permesso bofonchia.
E’ timido, malattia che alla sua età ormai può considerarsi cronica.
I suoi gusti sono ignoti: non legge libri, solo appunti scritti a penna; oppure scrive su un portatile.

Poi un giorno due ragazze al primo anno di università si siedono vicino a lui.
Hanno il loro primo esame e ripetono (malamente) la materia a vicenda.
Nell’ascoltarle, gli occhi dell’uomo si illuminano, facendo scintillare un blu profondo che non avevo mai notato.

Con la mano ferma le parole delle ragazze. Un gesto inaudito.
Penna in una mano, foglio nell’altra, mostra loro cosa stanno sbagliando.
Parla sciolto, gesticola, disegna.

Le ragazze lo guardano con gratitudine, ma non hanno ancora le idee chiare. Fanno domande, gentilmente chiedono delucidazioni.
Lui ha mollato il freno a mano: spiega, si appassiona, chiarisce aspetti che sono sempre stati oscuri anche a me.
Alla stazione vicina all’Università di Millemondi le ragazze lo salutano calorosamente e si dirigono verso un 28 assicurato.
Lui ricambia imbarazzato, ripone la passione in uno zaino e torna il goffo signore di mezza età di sempre.