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Angelo e Lucifero

(Racconto non pendolare)

– Una granita fragola e panna, con brioche, grazie.
Il barista armeggia con i suoi strumenti con maestria. Nel suo bar sembra che il tempo si sia fermato.
Lo stesso bancone, gli stessi tavolini, le stesse sedie che ho lasciato lì vent’anni fa. Anche lui e il suo sarcasmo sembrano inalterati.
– Ecco un miracolo fragola e panna al ragazzo con quattro occhi…
Lo ignoro, afferro il bicchiere e pregusto una felicità che mi è preclusa da due decenni. Mi dirigo verso un tavolino, ma lo sguardo cade su una ragazza alla cassa e le mie mani cedono.
La felicità si frantuma in mille piccoli pezzi di vetro. Guardo in basso: granita fragola e panna sparsa per terra, come grumi di sangue e di carne bianca.
– Ohu, ma hai ‘i manu fatti ‘i merda? Lo sai che me lo paghi lo stesso, vero?
La ragazza nel frattempo si è voltata, mi ha studiato e ha deciso che sono io.
– Enzo!
– Giovanna!

– Dammi pure della vecchia e della secchiona, ma il mio gruppo preferito sono i Beatles. E il tuo?
– Anche il mio!
In realtà dei Beatles conoscevo solo Yesterday, che ci faceva cantare l’insegnante di musica.
Ma questo sarebbe rimasto uno dei tanti segreti, che non le avrei mai svelato.

Usciamo dal bar: siamo entrambi in vacanza e in Sicilia il tempo non è mai un problema.
Decidiamo di fare una lunga passeggiata lungo le vie principali di Milazzo.
Intanto parlo, parlo tanto: spero che la fiumana di parole cancelli dalla sua memoria la figuraccia del bar.
Le racconto la mia vita a Torino, il mio lavoro, i miei genitori… Niente di importante, insomma.
Quando mi accorgo di averla ammutolita, le cedo la parola.
Mi racconta la sua, di vita. Giovanna, la poliziotta, la romana.
Ha abbandonato anche lei il nostro paese, anche se non ha reciso completamente i legami come ho fatto io.
Intanto mi mostra i posti della nostra infanzia. Via Umberto I, Piazza Roma, il Lungomare Garibaldi.
Ci sediamo sulle panchine e osserviamo la nostra città. Poco o nulla mi sembra cambiato. Solo le scritte sui muri, che inseguono nuovi eroi.
Giovanna mi dimostra che sbaglio. Mi racconta dello scempio ambientale fatto al Tono e del gioiellino che è diventata Via Medici. Della raffineria sulla destra, che ha sempre meno petrolio da raffinare e sempre meno posti di lavoro da offrire. E conclude mostrandomi qualcosa che invece è rimasto immutato: il promontorio di Capo Milazzo sulla sinistra, che è magnifico come l’ho lasciato.
Io la guardo e non la ascolto.
Quasi nulla mi sembra cambiato anche in lei. Lo stesso vestire semplice, gli stessi capelli lunghi e neri, gli stessi occhi nei quali annegare.
Il suo passo, forse, è mutato. E i suoi gesti: più decisi, più incisivi, liberi dell’insicurezza di quei terribili anni che sono la preadolescenza.
– Sei sposata?
– Solo con il mio lavoro.
– Ah già, com’è che dite voi… “Nei secoli fedele”…
– Quelli sono i carabinieri, stupido.

– Dai, prendiamo la bici e andiamo a Capo Milazzo.
– Che palle, Angelo, hai la fissa della biciclettata a Capo Milazzo.
– Sei tu, grassone, che sei pigro e non ce la fai.
– Ecco, senti cosa ti propone il grassone pigro: andiamoci via scogli, dal Tono. Tre chilometri di arrampicata.
– Che palle tu e gli scogli.
– Chi è il pigro allora?
– Facciamo che decide Ettore, allora. Dai, Ettore decidi tu.

Nel frattempo si avvicina ora di pranzo: propongo a Giovanna di comprare qualche panino e di andarli a mangiare a Capo Milazzo.
Vent’anni fa non avrebbe mai accettato. Oggi sì.
Pochi minuti dopo ci troviamo in cima al promontorio. Davanti a noi un sole di cui avevo dimenticato la bellezza. Più in basso, le Isole Eolie a fargli quasi da collana.
– Questo paesaggio è stupendo come lo ricordavo, forse anche di più. I turisti che vanno alle Eolie vedono solo il tratto dalla stazione al porto, il peggior biglietto da visita che Milazzo possa offrire. E loro non sanno cosa si perdono.
– Già. Se solo fosse tutto più curato. Guarda quel mare, sai quanta roba ci butta dentro la gente?
– Lo so, lo so. Mi ricordo che una volta in fondo al mare ci trovai pure una bicicletta…
Continuiamo così a chiacchierare e ci inoltriamo nel folto della Fondazione Lucifero.
La Fondazione Lucifero: l’umorismo siciliano applicato alla toponimia. Viene chiamato così un territorio quasi incontaminato, ex possedimento dei baroni Lucifero, ora appunto gestito dall’omonima fondazione.
Mentre camminiamo nel verde, Giovanna esaurisce gli argomenti. E inevitabilmente si finisce a parlare di Angelo.
– E’ successo tutto proprio il giorno in cui tu sei andato via da Milazzo, forse il giorno prima. Come l’hai vissuto tu da fuori?
– Io non l’ho vissuto. I miei volevano difendermi, suppongo. Non hanno neanche acceso la TV per settimane, per paura che ne parlassero ai telegiornali. Mi hanno raccontato tutto solo anni dopo.
– Noi invece lo abbiamo saputo a scuola. E’ stato lungo e doloroso, almeno per me. Il nostro compagno scomparso, i poliziotti che ci facevano domande, i giornalisti che ci facevano gli agguati, estorcendoci lacrime fotogeniche. Sei stato fortunato ad andartene. Io, per sopravvivere, ho deciso di fare nel mio piccolo delle indagini in proprio.
– In che senso “indagini”?
– Sai com’è a tredici anni. Sei un po’ bambino e un po’ adulto. Le cose le fai un po’ per gioco e un po’ sul serio. Penso sia stato in quei giorni che ho deciso tacitamente di diventare una poliziotta.
– Cos’hai fatto di preciso?
– Ho pensato intanto a chi poteva aiutarmi. Tu avresti potuto, ma eri appena partito e nessuno aveva un tuo numero di telefono nuovo. Allora ne ho parlato con Ettore.

Enzo, il grasso occhialuto. Spavaldo con i libri e balbuziente con le ragazze.
Angelo, bello, troppo bello, quasi effeminato. Carnagione troppo bianca, capelli troppo biondi, modi troppo gentili.
Ettore, lo spilungone, la voce da demente, la capra a scuola.
Il trio dei migliori amici. Buffi da vedere, così diversi tra loro. E proprio per questo così inseparabili.
Stasera però, Ettore non c’è.
– Dai, l’ultima biciclettata, prima di partire.
– Ma è sera tardi!
– Va là che i tuoi non tornano a casa prima delle dieci e mezza. E tu che fai, resti a casa l’ultimo giorno? Ma ti rendi conto che non vedrai più questi posti? E poi ho una cosa importante da raccontarti.

Il lavoro di Giovanna è stato meticoloso. Superata l’illusione che la scomparsa di Angelo fosse temporanea ed innocua, si è coordinata con Ettore e hanno cercato indizi e possibili sospetti.
Indizi, uno solo: Ettore ha scoperto che la bicicletta di Angelo era scomparsa.
– Te la ricordi la bicicletta di Angelo?
– Come si può dimenticare? Era gialla, abbagliante. Era di suo nonno e per rimodernarla se l’era riverniciata tutta. Vai capire perché di quel colore di merda. Poi non ti lamentare che ti prendano in giro…
– Roberto e i suoi, vero? Vi prendevano sempre in giro.
– Ci menavano anche, se è per quello.

– Oh, arriva ‘u ricchiuni! Ricchiuni!
Roberto si avvicina ad Angelo. Angelo, il normanno. Angelo, l’effeminato.
– Vieni, ricchiuni, buscati ‘u pani.
Guadagnati il pane, mimando il gesto di una fellatio.
Davanti ad Angelo, Roberto. Dietro Angelo, uno dei compari di Roberto, messo a quattro zampe.
Roberto che spinge Angelo, Angelo che cade all’indietro, il compare che fa da trappola, Angelo che cade all’indietro.
– Vola, Angelo, vola!
Risate. La cattiveria che solo i ragazzini sanno avere.

– Infatti Roberto e i suoi sono stati i primi che abbiamo sospettato. Li abbiamo pedinati per giorni, abbiamo provato a far loro domande a trabocchetto. Quando hanno capito dove andavamo a parare, hanno pure riempito Ettore di botte. Ma mi duole ammetterlo: come si dice, avevano un alibi di ferro. Nei giorni della scomparsa di Angelo erano tutti in campagna, a zappare. Sono stati visti da un sacco di persone.
– … e nel frattempo la polizia è arrivata a Massimo…
– Balle. Io sono arrivata a Massimo. Sono io che ho fatto il suo nome alla polizia. Poi ovviamente si sono presi loro i meriti davanti alle televisioni. A dirla tutta non è stato neanche merito mio. E’ stato Ettore a portarmi sulla pista giusta.
– Tu non sapevi che…?
– Massimo era il bidello della scuola: tutti sapevamo com’era fatto. Quello che non sapevamo era che Angelo se ne approfittava. Oddio, se così si può dire…

– Massimo, m’a catti ‘na Fanta?
– Te la compro, la Fanta, Angeluzzo, te la compro. Ma lo sai che non è gratis.
– Ah, malidittu. Ti piaci ‘u me culu eh?
– Mutu, cretinu.

Mentre rimestiamo nel peggio del nostro passato, arriviamo a Punta Mazza, il finis terrae di Milazzo.
Milazzo è una lingua sul mare, una piccola penisola. Punta Mazza è il punto in cui il mar di ponente e il mar di levante si congiungono.
E i due mari sono in burrasca, oggi come sempre, ponente e levante che si mescolano, che lottano fra loro ma che non posso esistere l’uno senza l’altro. Lo Yin e lo Yang.
Ci sediamo sull’orlo del precipizio. Giovanna riprende a parlare, quasi tra sé.
– Chissà se ho fatto bene. Ci ho pensato tanto in questi anni. Bollato come mostro in televisione, suicida in carcere poco dopo…
– I miei genitori mi hanno raccontato che in TV hanno detto che aveva anche confessato: cosa non ti torna?
– Anto’, detto schiettamente: Massimo palpava culi, niente di più. Che movente avrebbe avuto?
– Angelo non era proprio uno stinco di santo, nonostante fosse un ragazzino. Lo so per esperienza personale. Forse ricattava Massimo. Ti ricordi i telegiornali dei primi anni novanta: sembrava che l’Italia fosse stata invasa dai pedofili. Massimo avrà avuto paura.
– Me la ricordo la psicosi collettiva di quegli anni. Proprio per questo penso che per la polizia, Massimo era un capro espiatorio perfetto, da gettare in pasto ai mass media. Mi duole dirlo, da collega, ma la polizia non fece bene il suo lavoro. Per dire, non chiese mai niente a te… E poi era intimidita dagli occhi di tutti gli italiani puntati addosso. Massimo era una persona debole, sia fisicamente che mentalmente. Te lo dico da poliziotta: ad una persona così riesci a far confessare qualunque cosa.
– E allora, chi vuoi che sia stato, Ettore?
I toni si incupiscono: non era così che mi immaginavo questa passeggiata.
Propongo di iniziare a mangiare e cerco di cambiare discorso. Cerco di fare dell’umorismo ma involontariamente si tinge di nero anche quello:
– Ti ricordi le storie che giravano su Punta Mazza quando eravamo ragazzi? Si parlava di amanti traditi che si buttavano da qui nel vuoto…
– … e dopo la morte le loro anime in pena ritornavano qui e si gettavano nuovamente. Ogni notte. Per sempre. Mi ricordo. Chissà se almeno le leggende sono sopravvissute tra i ragazzi di oggi.
– D’altra parte qui di morti ce ne sono stati sempre tanti. Più sub che amanti, a dire il vero. Ci sono correnti terrificanti qui sotto, che trascinano in fondo, che prendono i corpi e non li ridanno mai indietro.
Un brivido corre sulla schiena di entrambi. Bruscamente torno sul discorso:
– Sai, il giorno in cui sono partito ho visto Angelo per l’ultima volta. Non lo sapeva nessuno. E mi ha detto una cosa importante.
– Cosa?
– Prima dimmi una cosa tu: perché ti sei data così pena di scoprire che fine abbia fatto?
– Pensavi anche tu che Angelo fosse gay? Beh, non lo era.
Giovanna sorride imbarazzata, nonostante gli anni di distanza. E continua:
– Proprio il giorno prima della scomparsa mi aveva baciato. Il mio primo bacio.

Due torce. Due bici. Una di un giallo che si vede anche al buio.
Due ragazzini si siedono sull’orlo del precipizio. Lo stesso punto dove vent’anni dopo mi siederò con Giovanna.
– Mi date tutti del ricchione. Beh, sai cosa ho fatto ieri, Anto’? Ho baciato Giovanna!
– Cos’è che hai fatto?
– L’ho baciata.
– Cazzo dici, Angelo? Giovanna, è mia. lo sai!
– Ah sì? E quanto l’hai comprata?
Angelo mi dà una spinta. Leggera, derisoria. E inizia a imitare la mia voce, calcando i toni verso il falsetto.

– Oh Giovanna… anche a me piacciono i Beatles…
– Angelo, smettila.
Angelo non la smette.

Si alza in piedi. Allarga le braccia e inizia a gridare al vento:
– Yesterday!!! All my troubles seemed so far away!!!
– Angelo SMETTILA.
– Now It looks as thought they’re here to stay!!!
– Angelo smettila o ti butto giù. A te e alla tua cazzo di bicicletta gialla.
L’acido mi brucia lo stomaco. Angelo non ricorda neanche le parole ma questo non lo ferma.

– Paraparapara yesterday!!!
L’acido sale dallo stomaco alle braccia.

Angelo continua a gridare, farfugliando versi inventati.
L’acido va dalle mie braccia alle mie mani. Dalle mie mani alle spalle di Angelo.

Angelo si volta, mi fa una linguaccia, mi guarda.
Nonostante il buio, i suoi occhi incrociano i miei. E cambia espressione.
E’ questione di attimi. Mi stupisce quanto facile possa essere, quanto facile sia.
Una spinta. Ma non leggera.
Vola, Angelo.
Vola.

Foto gentilmente concessa dall'amico Michelangelo La Spada


Questo racconto partecipa all’EDS (Esercizi Di Scrittura) Giallo della tirannica Donna Camel, che mi ha sottilmente obbligato a scrivere un racconto difficile 😀 .

I milazzesi più puntigliosi potranno notare che, per l’economia del racconto, ho concentrato in Punta Mazza paesaggi e leggende dislocati in realtà in posti diversi.

Edit: Casualmente, nei giorni in cui ho pubblicato questo racconto, l’amico Michelangelo La Spada ha scattato a Milazzo una foto che sembra fatta per essere inserita qui e che mi ha gentilmente concesso.

Le regole di questo EDS:

  • Un segreto o un mistero
  • Una scena notturna
  • Una canzone dei Beatles
  • Una cosa gialla

Partecipano a questo EDS anche:

Published inEDSRacconti

20 Comments

  1. La dolcezza dei ricordi che si trasforma. Amore, gelosia, amicizia, il tutto in quell’età in cui i sentimenti e le emozioni sono amplificate, quasi ingovernabili. E qui si toglie il quasi. Un bel racconto… “quasi nulla le sembrò cambiato in lei” non è proprio dei Beatles… 🙂

    • Neanche i muri che inseguono nuovi eroi, se è per questo 🙂
      Sono contento che ti sia oiaciuto. È stato un parto difficile stavolta e non mi convince del tutto. Ma ormai no c’era più tempo.

  2. Il Barone Lucifero Il Barone Lucifero

    Mmmh, non male. Ma io butto in continuazione gente da Punta Mazza, forse non sono imparziale.

    • Comunque mi stupisce che non hai notato un tag dell’articolo e il fatto che proprio io mi sia “ispirato” ad un fumetto Bonelli (uno dei pochi che io abbia mai letto). Non dico quale perché sarebbe uno spoiler.

  3. Paul mcCartney Paul mcCartney

    I’m only an imposter now, but the real Paul would have liked it!

      • Se sai qualcosa, dillo! (il racconto mi è piaciuto, la storia e la struttura reggono bene, se ci sono due o tre parole da migliorare c’è tutto il tempo, prima che venga stampato 😉

  4. […] – Dario con “Bitols“ – Melusina con “Il numero 97“ – Hombre con “Ritratto in giallo, ocra e carboncino” (parte I – II – III) – Angela con “Giallo canarino“ – Michelarosa con “Il cane bianco“ – Lillina con “Giallo di provincia“ – Dario con “Carmelo Sapienza“ – Marco con “Assassinio sull’Agreste Express“ – Pendolante con “Dolce come la morte” (parte I – II – III) – La Donna Camèl con “Ah, look at the lonely people” (parte I – II) – Calikanto con “I feel fine“ – Gordon Comstock con “Il privilegio della memoria“ – Marco con “Angelo e Lucifero“ […]

  5. bella l’idea e lo “svolgimento”, ma concordo con il tuo giudizio 🙂

  6. vola angelo vola
    bel finalone
    e bello il ricordo misto al presente (il corsivo funziona una meraviglia è proprio come un flashback in bianco e nero) eh già ti copierò qualche idea…
    non insisto senno sembra che complimento tutti gli edssari (ma questa volta sono tutti da gran complimenti….)

    • Grazie dei complimenti. Li dispenserò anch’io appena riuscirò a leggere tutti gli altri gialli 🙂 .
      I flashback in corsivo non so come mi siano venuti. Credo di averli già visti da qualche parte, non credo di averli “inventati” io.

  7. Che bella storia. Però nel finale avevo sperato che Angelo scivolasse da solo dopo aver confessato di amare Enzo… troppo romantico eh?

    • Grazie.
      Come dicevo, avrei voluto “esplodere” il racconto un po’ di più ma non ne ho avuto il tempo.
      Nelle intenzioni iniziali, l’apparente omosessualità di Angelo doveva essere un modo per fuorviare il lettore e rendere più probabile la colpevolezza del bidello.

  8. Andrea Lorenzini Andrea Lorenzini

    È un buon racconto 🙂 Molto ben fatto. Il finale è un po’ brusco – nel senso che non è «preparato» (il lettore tende a identificarsi nella voce narrante, se non ci infili qualche indizio “inquietante” alla Stephen King; o se non scegli un diverso colpo di scena finale).

    • Grazie, Andrea:sai gia che tengo in gran conto una tua opunione. Sul finale brusco sono d’accordo:cone ho gia detto, l’eds imooneva dei tempi che poco si addicono al mio scarso tempo libero. Ma che l’io narrante fosse il colpevoke inaspettatamente è voluto. E a dirla tutta l’idea e di Agatha Christie, anche se non oosso svelare il titolo del romanzo.

  9. […] Giallo canarino – Michela: Il cane bianco – Il pendolo: Assassinio sull’Agreste Express e Angelo e Lucifero – Gabriele: Lo strano caso del signor D., investigatore – Gordon Comstock: Il […]

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