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Il pendolo Posts

Prezzemolo

Il treno del rientro si ferma ad Agreste Centro, la fermata che precede la mia.
Mirella scende. Ad aspettarla c’è lui. Come ogni sera, che ci sia il sole o la neve.
Si baciano. Non un bacio appassionato ma neanche rutinario: un bacio innamorato.

《Ma i giovani si illudono di essere immortali e che ogni storia duri per l’eternità…》 diranno i più cinici di voi.
Eppure, replico io con foga, Mirella non è certo giovane, né tanto meno lo è il marito. E questa scena si ripete da dieci anni. Forse da prima: il loro amore è più anziano del mio pendolarismo.

Mirella e suo marito sono stati per anni una certezza, nel mio piccolo mondo, contro voi cinici.
Fino a ieri, quando avete vinto.

Mirella ha tante amiche in treno. Chiacchierano un sacco, ridono, organizzano cene…

Una cena la stanno organizzando proprio in questi giorni. E Mirella ha un problema:《Sabato allora prenoto per otto… Sì, viene anche mio marito, figurati. Prezzemolo io lo chiamo. È sempre lì, è asfissiante! Neanche la strada dalla stazione a casa mi fa fare da sola. Ho capito che mi ama ma mi ha proprio rotto il cazzo!》

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Il ponte dei morti

Il 2 novembre il treno era semi vuoto e a me è venuta in mente questa scemata.
Fabrizio perdonami 🙂

Dove se n’è andato Elmer
che di febbre si lasciò colpire.
Dov’è Herman ubriaco in discoteca.
Dove sono Bert e Tom
il primo a casa per un esame
e l’altro che uscì dall’ape a tarda sera.
E cosa ne sarà di Charley
che si assentò da dove lavorava
e col ponte volò, volò alle Bahamas..

Dormono, dormono questa mattina
dormono, dormono questa mattina.

Dove sono Ella e Kate
nel quaderno neanche un errore
tutto perfetto ma mai un amore.
E Maggie come in un bordello
truccata che sembra un animale
e Edith che in giustifica ha sempre uno strano male.
E Lizzie che insegue la vita
lontano dai banchi di scuola
E oggi non le serve una bugia nuova.

Dormono, dormono questa mattina
dormono, dormono questa mattina.

Dove sono gli immigrati
di cui si dicono tante minchiate
con cimiteri sul fondo del mare.
Dove i profughi di guerra
partiti per un ideale
per una truffa o solo per non star male.
Non hanno trovato casa
e hanno spoglie lenzuola nere
legate strette perché sembrino intere.

Dormono, dormono sulla panchina
dormono, dormono sulla panchina.

Dov’è Ciccio il controllore
che fu sorpreso dai suoi sessant’anni
e coi pendolari avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in treno nelle ore sbagliate.
Sembra di sentirlo ancora
dire ai ragazzi delle scuole
“Tu che non paghi cosa pretendi di migliore?”

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Potere al popolo?

Quando Alberto andò al governo non volle tradire le proprie origini: veniva dal popolo e ben si ricordava ciò che diceva quando era un semplice pendolare e stava in stazione, in attesa di treni che mai arrivavano in orario.

Riccardo ogni estate faceva il bagnino in Romagna. Non guadagnava molto ma in compenso tutte le notti poteva passarle con una turista diversa. “Ah! Quelle austriache, quelle tedesche!” ricordava con nostalgia, guardando una spiaggia semi vuota, composta solo da nonnette e da mamme italiane. “Erano così pratiche, così disinibite!”.

Nino si grattava le palle. Fucile alla mano e chili di noia dentro le scarpe. “Che ci faccio io qui?” rifletteva mentre pensava alla sua fidanzata lontana. Davanti a sé un bellissimo mare ligure. Ma lui non poteva neanche mettere in ammollo i piedi: ordini dall’alto. Lui doveva scrutare il bagnasciuga e tenersi pronto ad imbracciare il fucile se fosse toccato da piedi stranieri.

Giuseppe faceva la fame e ripensava con nostalgia al cous cous trapanese della sua infanzia. Ma con quale pesce poteva condirlo ora? Nessuno si arrischiava a pescare più, da quella volta che quel coglione di Bepi aveva sparato contro i pescatori, solo perché non capiva una minchia del dialetto siciliano.

Quando Alberto era solo un pendolare, l’azienda dei trasporti aveva stretto un accordo con le forze armate e il proprio treno era spesso guidato da militari in tirocinio.
Alberto ben si ricordava cosa esclamava quando i treni non arrivavano in orario: “Altro che tirocinio! Dovrebbero mandarli tutti alla frontiera, a sparare a vista!”

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Se dici n.

Sta lì, con i suoi sedici anni ed il suo sguardo triste: l’espressione di chi deve scontare un altro giorno o più banalmente di chi avrebbe voluto rimanere ancora un po’ sotto le coperte.

Aspetta un treno che tarda ad arrivare, metafora della sua adolescenza.

Non bella, eppure dolce. Forse per questo ogni tanto attira l’attenzione di qualche anziano signore. Non che lo voglia, anzi: cerca sempre di evitarlo e, quando fallisce, di chiudere le discussioni sul tempo e sulla gioventù il prima possibile.

Il treno poi per fortuna alla fine arriva sempre e le permette di mettere un paio di vagoni di distanza tra lei e questi viscidi signori. Di solito è lì che la incontro, mentre cerca di raggiungere i sedili più nascosti, per poi star da sola, con la sua faccia pulita e con in mano neanche uno smartphone, solo un giubbotto anonimo.

Oggi però incrocia un gruppo di conoscenti. Forse inizierebbe anche a chiacchierare con loro, magari addirittura a sorridere. Ma non ci sono posti liberi e decidere di fermarsi in piedi accanto sarebbe un atto di autodeterminazione troppo grande.

Mi alzo e le cedo il posto: lei di risposta spalanca gli occhi inorridita.

Forse perché qualcuno ha scoperto la sua esistenza.
Forse per la paura di dover affrontare relazioni sociali per l’intero viaggio.

O forse perché oggi per lei l’anziano sono io.
E gli anziani non cedono mai il posto alle giovani, non almeno in modo disinteressato.

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Numerologia

L’altro giorno sono andata a quell’incontro, sai?

Mah io ci credo poco a queste cose, però c’era anche una docente universitaria di matematica, una che ne sa, insomma.

Ma guarda… hanno detto cose a cui non avevo mai pensato. Ma tipo, ti ricordi quell’incidente che ho avuto? Brutto, proprio… Sì sì, ora va tutto bene ma sai qual era la targa della mia auto? XX 23 Ab 55.

Che c’entra? C’entra, perché dicevano in questo incontro che le targhe con un cinque dentro sono quelle che hanno più incidenti. Non solo quelle!… Vediamo se mi ricordo… le targhe che contengono un cinque, la cui somma dei numeri fa cinque o un numero divisibile per cinque.

Sembra che il cinque sia maledetto per le auto. Se avete una targa così, cambiate auto, così dicevano.

Oh, ma mica sono fregnacce: avevano dati statistici alla mano. I numeri sono importanti.

Poi, per carità, io non sono superstizioso, ci vado cauto su queste cose. Mi conosci, no?

Noi bilance siamo persone molto equilibrate, anche troppo.

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Nascondino

Lui ha tre anni e due doni preziosi: un paio di occhi grandi e una macchinina.
Lei di anni ne ha cinque, anche lei con il suo carico di doni: una sconfinata curiosità e un sorriso aperto.

Dietro di loro la madre: capelli neri coperti da un velo ancora più scuro e una lingua coperta da errori che i figli non hanno ereditato.

《Dove fermata ospedale?》chiede la donna al capotreno che le sta facendo il biglietto.
《Cosa?》 domanda lui di rimando.
《Dov’è la fermata più vicina all’ospedale, per favore?》 traduce la bimba.
《Tra cinque fermate: Millemondi Zamagni.》 risponde il capotreno mentre dà il resto.
《Grazie. Però dato dieci euro troppo.》 fa notare la madre sorridendo timidamente.

Il capotreno si prende i soldi in eccedenza e li lascia passare, guardando i bimbi con tenerezza e il velo della madre con disprezzo. Lei sente quegli sguardi e non li vorrebbe, né quelli buoni né quelli cattivi.

Sposto lo zaino che ingiustamente occupa il terzo posto che spetta loro. Lei insiste tanto – troppo – affinché io non lo faccia. Sembra quasi impaurita dal fatto che io abbia notato che esistono.

Alla fine ho la meglio e si siedono. Il viaggio prosegue: il bimbo è a bordo della sua macchina roboante, la bimba è attaccata al finestrino ad ammirare qualunque sterpaglia e a fare domande in una lingua a me ignota; la mamma è impegnata ad impedire loro di fare qualunque tipo di rumore, anche impercettibile.

La loro fermata arriva, scendono. Il treno riparte e li vedo diventare sempre più piccoli: finalmente invisibili, proprio come la madre avrebbe voluto.

Mi chiedo come cresceranno quei due piccoli: si ostineranno a parlare, a domandare, a vivere, in quella famiglia, in questo mondo, in questa Italia?
Lui saprà continuare a viaggiare lontano con la sua macchinina o quei due occhi diventeranno stanchi e incattiviti?
Lei saprà mantenere quel sorriso aperto o le verrà nascosto con un velo?

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Ovunque sei

È contento, è contentissimo. Fa i salti di gioia, se mi è permessa una frase fatta.
Oppure è contentA, non so: è un essere dal sesso indefinito; oppure sono io ad osservarlo troppo di fretta.

Di motivi per essere contento ne ha di certo: pur non essendo né maschio né femmina, è bello, bellissimo. E giovane, in buona salute e ottimista. E poi si trova in un parco fresco, freschissimo, in una giornata di sole con un cielo sereno, serenissimo.

Ma forse il motivo di tanta felicità è un altro: di fronte a lui c’è una panchina, non nuova ma pulita; sopra la panchina c’è un computer portatile; nello schermo del computer c’è un diagramma Gantt.
Per un qualche motivo imperscrutabile, sono le celle colorate del diagramma l’origine della sua euforia.

Incontro questo strano – ma bello, eh! – essere ogni mattina, quando arrivo alla stazione di Millemondi. E ogni mattina fa lo stesso salto di gioia.
Il parco è bello – è vero – ma, a ben guardare, senza altra anima viva, maschio o femmina che sia: è una sorta di scenario post-atomico coperto da rete 5G.

A coprire parzialmente questo essere salterino c’è una scritta: “L’ufficio ovunque sei” e sopra il nome di una nota azienda telefonica.

Lui è fuggito dai palazzi di vetro che si intravedono sullo sfondo ma non c’è orario di lavoro, non c’è tempo libero, non c’è parco che tenga: il suo ufficio lo raggiungerà ovunque sarà, lui e il suo cazzo di Gantt.

E fa pure un salto di gioia, questo scemo.

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La traditrice

Sembra nervosa.

Pur rimanendo seduta, cambia continuamente posizione. Si allontana dallo sconosciuto che le siede accanto. Si avvicina. Appoggia la mani in grembo, sposta un braccio sul bracciolo, lo toglie. Tormenta la gonna nera e lunga, si sistema la camicetta rosa che non necessita nessun aggiustamento, si guarda le scarpe con tacco leggero. Osserva il vuoto. Quando incrocia per sbaglio un altro sguardo, i suoi occhi scappano via veloci, rifugiandosi nel finestrino.

C’è stato un tempo in cui pensavo fosse una ladra alle prime armi ma penso che dopo un anno ormai ce ne saremmo accorti o almeno avrebbe acquisito esperienza e sicurezza.

Consulta il telefono, lo mette via, lo riprende.
Torna ai vestiti, li sistema, li guarda, si guarda intorno, come temendo di essere osservata, giudicata.
Mi sono convinto che sia la segretaria di un avvocato. Lavoro sicuro, paga decente.
Si alza per scendere alla sua fermata. È insicura ma si muove in modo armonioso.

Se solo avesse avuto il coraggio! Avrebbe fatto l’attrice! Ma poi la bollette chi le avrebbe pagate? E quel nodo in gola, prima che il sipario si apra, come si fa a vincere?
Meglio un lavoro sicuro, tranquillo. Solo che a vestire mille costumi diversi si prova meno imbarazzo che a indossare sempre quello di segretaria.

A fare la ladra ci si abitua, a fare la traditrice di sé stessa no.

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Manifesto, parte seconda

Nella giungla dei cellulari, interrotti solo da qualche cespuglio di tablet e da radi computer portatili, a volte si intravede un pendolare con carta e penna. Fuori dal tempo, se non fuori dal mondo.

La visione risulta ancora più improbabile a chi frequenta la tratta Millemondi – Agreste ogni giorno e ha imparato a conoscerlo: a volte è in compagnia e dai discorsi si intuisce che è uno sviluppatore di software.

È geloso dei suoi fogli e nessuno sa cosa nascondono: se qualcuno alzasse la testa e scrutasse, riuscirebbe solo ad intravedere una calligrafia sghemba e disordinata. Ma per fortuna nessuno alza la testa, tutti impegnati come sono a combattere con il loro dispositivo mobile.

Che poi anche questo strano animale possiede un tablet: con una certa periodicità lo si può vedere picchiettare forsennatamente su di esso come se fosse una vecchia Olivetti Lettera 22, forse intento a rendere leggibile l’inchiostro che ha sbrodolato nei giorni precedenti, per mostrarlo a chissà chi.

Ecco: quel pendolare song’ ie.

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Miracolo sull’ETR 500

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Due ragazzini sono seduti in treno, uno di fronte all’altro. Parlano tra loro, con toni troppo alti. Come tutti i ragazzini, cercano il loro spazio nel mondo. O almeno il loro spazio acustico nel vagone.
Come tutti i preadolescenti cercano di rimodulare nuove voci e nuovi argomenti dentro corpi ancora di bambini.

– Allora, te la sei poi fatta Martina ieri?

Questa storia potrebbe anche finire qui: l’amico millanta il suo kamasutra e tutto rientra nella normalità della vita pendolare. Ma oggi è un giorno speciale. L’aria del vagone non ha il solito odore stantio, e respirarla dà la sensazione di immagazzinare energia. E così l’amico non millanta.

Il racconto continua nell’ebook gratuito “In viso veritas”, scaricabile gratuitamente dal blog de I Discutibili.
Ringrazio i ragazzi del blog per averlo selezionato per questa loro raccolta di racconti sulla “verità”.

Una doverosa precisazione…
Una prima versione di questo racconto l’avevo scritta per Il Pendolo e sarebbe dovuta uscire per l’anniversario della morte di Pippo Fava (giornalista siciliano ucciso dalla mafia). L’idea di fondo è infatti la stessa del suo racconto “La verità”, cui voleva essere un tributo.
Il caso ha voluto che, proprio dopo averlo finito di scrivere, sia venuto a conoscenza del concorso de I Discutibili: era troppo in tema per non partecipare.

Il racconto di Fava potete trovarlo nel (bellissimo) libro “Un anno”.
Ecco, ora mi sento a posto con la mia coscienza.

Scarica gratis l’ebook di racconti “In viso veritas”

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