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Il pendolo Posts

Perfetta

Ci sono artisti che riescono a fare magie.

Non sono dei virtuosi: anzi, spesso sono musicisti mediocri che costruiscono l’intera carriera su quattro accordi.

Non li ho mai amati: anzi, in giovinezza proprio non li sopportavo.
Ora però riconosco loro una capacità che i miei artisti preferiti non hanno: riescono a fare magie, appunto. Anzi, una magia.

Non sono mai rapper, non sono rocker, non sono punk: anzi, solo i cantanti pop riescono in questo.

Non sono politicamente impegnati, o almeno non nelle canzoni che hanno questo potere. Quasi sempre sono ballate che parlano d’amore, oppure di figli. Raramente riescono anche quando parlano di padri o di amici, ma non è cosa da molti: devi chiamarti Cat Stevens o James Taylor.

La magia avviene in treno.
Succede che una studentessa fa partire qualcosa dal proprio cellulare, senza auricolari. Forse il video della canzone, forse un tardivo augurio di buon anno, forse una timida dichiarazione.
E nessun pendolare alza gli occhi al cielo. Anzi: l’operaio inizia a fischiettare l’intro, la dirigente canticchia le prime parole, il pensionato, che non sa l’inglese, accenna la melodia con la bocca.

Al ritornello l’intero vagone si è trasformato nell’albero di Natale della pubblicità che faceva la Coca Cola negli anni ’80.
E intanto il treno va avanti, danzando nel buio.

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Galaverna

Quando ero piccolo la neve non esisteva.
O meglio, aveva lo stesso grado di realtà di fate e folletti: esisteva, si, ma solo dentro i libri.Da adulto, trasferito al nord, ho imparato a conoscerla, a lasciarmi incantare da lei, a bestemmiare per lei e a iniziare a vedere i film di natale con altri occhi: i suoi.

Con un altro agente atmosferico ho seguito invece un processo diverso: da bambino ne ignoravo l’esistenza, poi l’ho vissuta e finalmente, da poco, le ho saputo dare un nome.

La galaverna.
Magica come la neve, bella come la Luna e terribile come un esercito schierato in battaglia: non riesco a spiegarmi come mai abbia così poco spazio nella letteratura.

Raggiungo la stazione un passo dietro l’altro e, dopo mesi, le mie scarpe non sono bagnate, nonostante parte del tragitto lo abbiano fatto sull’erba. Mille gocce di rugiada hanno creato un bozzolo intorno al mondo, proteggendo me e lui.Il paesaggio che osservo dal finestrino è mutato: la galaverna ha cristallizzato la campagna e la nebbia ha reso sfumati gli orizzonti infiniti di questa maledetta pianura padana.

A vederlo così, il mondo sembra un posto freddo, sì, ma anche tranquillo, dove ci si può accucciare e nascondere e dove il tempo si è quasi fermato e tu puoi andare con calma e con i piedi asciutti.
Per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità.
Passano ancora lenti i treni per Millemondi e il mio augurio per il prossimo anno, per me che scrivo e per voi che leggete, è un po’ di galaverna in più.

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L’amore ai tempi di WhatsApp

Occupo il quarto di quattro posti e mi immergo in un libro bellissimo e devastante.

Faccio però fatica a concentrarmi: ho come compagne di viaggio tre giovani universitarie e hanno un serio problema di cuore. Non vorrei invadere la loro privacy ma tecnicamente e la loro privacy che invade me.

La prima, la più carina, è tesa. Ostenta tranquillità ma le mani traditrici si tormentano continuamente.
La seconda mangia e offre cioccolata, mentre ricostruisce, valuta, organizza.
la terza è stravaccata sul sedile e minaccia botte ad una quarta non presente.

Abbiamo mezz’ora di viaggio: ho il tempo di ricostruire tutta la storia. C’è di mezzo un ex ragazzo, un altro ragazzo, un quasi tradimento e una quarta amica (se così si può dire) che ha fatto la spia.

Le tre devono comunicare con i vari attori della vicenda e lo fanno via WhatsApp.
Ogni parola viene soppesata, limata, commentata: il plot è scritto a sei mani e viene riveduto e corretto continuamente.
E poi c’è una delle tre, la prima, la protagonista, da difendere, forse da consolare.

Vanno così le ragazze, forse da sempre: un’armata che prosegue a testuggine. Io cerco di leggere ma non riesco: mi distrae, quasi mi commuove, la loro forza, che noi maschi quasi non conosciamo.
E mi intenerisce questo vivere via WhatsApp: l’illusione che si possa sempre tutto ponderare, eventualmente correggere.

Almeno finché la ragazza non incontrerà il ragazzo dal vivo (succede ancora, vero?). Li sarà la pancia a dettare le azioni (un bacio? Uno schiaffo?) e non ci saranno amiche al proprio fianco e neanche la possibilità di premere Annulla.

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Free style contest

Ufic: Lo sfido!
Marco: Ma va là! Lascia stare!
Ufic: Ma lo vedi quant’è ridicolo?
Marco: Uno che si chiama Ufic dovrebbe pensarci bene prima di vedere del ridicolo negli altri.
Ufic: Oddio… parte con una sua canzone. “””canzone”””… Maledette casse bluetooth! Cassa… rullante… cassa… rullante… Che dici, ce lo mettiamo anche un hihat?
Marco: Le tue non erano migliori.
Ufic: Ma almeno ne ero consapevole! Guarda questo sbarbino come si atteggia invece!
Marco: Il rap è sempre stato un atteggiarsi…
Ufic: No, cazzo! Questo non puoi dirlo: c’era chi si atteggiava e chi però faceva dei contenuti vslidi! Ma lo senti? “Sono al top… Sono al top… Se devo entrare non faccio toc toc”… Non si può ascoltare!
Marco: Si chiama invidia la tua.
Ufic: Stai scherzando? Mo’ lo sfido ad un freestyle, giuro che lo faccio!
Marco: Quando hai fatto il tuo ultimo freestyle?
Ufic: Non mi ricordo.
Marco: Venti anni fa. Venti. Anni. Fa.
Ufic: Ti faccio vedere il rap della terza età. Me lo mangio ancora a colazione, vedrai…
Marco: Ma lo senti? Parli come lui, solo che a quasi quarant’anni sei patetico.
Ufic: Caparezza fa ancora dischi che…
Marco: Caparezza ti faceva schifo quando tu avevi l’età di questo ragazzino…
Ufic: 99 Posse, Frankie HiNrg…
Marco: Ahahah…

La porta del treno si apre, il ragazzino, la sua groupie e le sue casse si allontanano. Ufic per fortuna scompare: magari per altri vent’anni non lo vedrò più. O magari non aver fatto un contest di free style con quel ragazzino rimarrà il più grande rimpianto della mia vita.

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Il Segreto

Alcuni pendolari della tratta Millemondi – Portogrande custodiscono un Segreto. Io sono tra questi.
Siamo in pochi: anche pendolari storici lo ignorano e i pochi eletti si guardano bene dal condividerlo.

Le porte dei treni ETR (cioè la totalità dei treni utilizzati sulla nostra tratta) hanno un pulsante per aprirle: quando il treno arriva ad una fermata, il pulsante si illumina, per indicare che, premendolo, la porta di uscita si apre.
No, non è questo il Segreto: se fosse questo, ci sarebbero gli estremi per denunciare l’azienda dei trasporti di sequestro di persona.

Il Segreto è che il pulsante si può premere anche quando non è illuminato: in questo caso il pulsante si accende subito e si comporta come una prenotazione di fermata, cioè la porta si aprirà da sola quando il treno arriverà alla fermata successiva.
Scoprii il Segreto anni fa, spiando i discorsi di due pendolari già iniziati, e i primi tempi mi ci divertii. In prossimità della mia fermata mi mettevo di fronte alla porta e premevo in anticipo, ostentando indifferenza nel breve momento, tra l’arrivo alla fermata e l’apertura della porta, in cui alle mie spalle scoppiava il panico.
Riuscivo quasi a livello fisico a percepire i pensieri di chi mi precedeva: “Ecco il rincoglionito che si è dimenticato di premere e per colpa sua rischio io di restare dentro”.
Ho visto gratitudine verso chi dalla banchina premeva per salire. Ho visto ansiosi scavalcarmi e iniziare a pigiare in modo convulsivo. Ho visto anche stupore in chi si accorgeva che (magia!) la porta si apriva comunque.

Forse sto invecchiando e sto perdendo un po’ di senso dell’umorismo, oppure sto diventando più buono. Ad ogni modo ho smesso di farlo: anche se la fermata è prenotata, pigio il pulsante di nuovo, solo per tranquillizzare chi mi sta vicino.
Quando lo faccio, a volte, colgo il sorriso beffardo di qualcuno che sicuramente penserà: “Poveretto: non conosce il Segreto!”.

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Prezzemolo

Il treno del rientro si ferma ad Agreste Centro, la fermata che precede la mia.
Mirella scende. Ad aspettarla c’è lui. Come ogni sera, che ci sia il sole o la neve.
Si baciano. Non un bacio appassionato ma neanche rutinario: un bacio innamorato.

《Ma i giovani si illudono di essere immortali e che ogni storia duri per l’eternità…》 diranno i più cinici di voi.
Eppure, replico io con foga, Mirella non è certo giovane, né tanto meno lo è il marito. E questa scena si ripete da dieci anni. Forse da prima: il loro amore è più anziano del mio pendolarismo.

Mirella e suo marito sono stati per anni una certezza, nel mio piccolo mondo, contro voi cinici.
Fino a ieri, quando avete vinto.

Mirella ha tante amiche in treno. Chiacchierano un sacco, ridono, organizzano cene…

Una cena la stanno organizzando proprio in questi giorni. E Mirella ha un problema:《Sabato allora prenoto per otto… Sì, viene anche mio marito, figurati. Prezzemolo io lo chiamo. È sempre lì, è asfissiante! Neanche la strada dalla stazione a casa mi fa fare da sola. Ho capito che mi ama ma mi ha proprio rotto il cazzo!》

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Il ponte dei morti

Il 2 novembre il treno era semi vuoto e a me è venuta in mente questa scemata.
Fabrizio perdonami 🙂

Dove se n’è andato Elmer
che di febbre si lasciò colpire.
Dov’è Herman ubriaco in discoteca.
Dove sono Bert e Tom
il primo a casa per un esame
e l’altro che uscì dall’ape a tarda sera.
E cosa ne sarà di Charley
che si assentò da dove lavorava
e col ponte volò, volò alle Bahamas..

Dormono, dormono questa mattina
dormono, dormono questa mattina.

Dove sono Ella e Kate
nel quaderno neanche un errore
tutto perfetto ma mai un amore.
E Maggie come in un bordello
truccata che sembra un animale
e Edith che in giustifica ha sempre uno strano male.
E Lizzie che insegue la vita
lontano dai banchi di scuola
E oggi non le serve una bugia nuova.

Dormono, dormono questa mattina
dormono, dormono questa mattina.

Dove sono gli immigrati
di cui si dicono tante minchiate
con cimiteri sul fondo del mare.
Dove i profughi di guerra
partiti per un ideale
per una truffa o solo per non star male.
Non hanno trovato casa
e hanno spoglie lenzuola nere
legate strette perché sembrino intere.

Dormono, dormono sulla panchina
dormono, dormono sulla panchina.

Dov’è Ciccio il controllore
che fu sorpreso dai suoi sessant’anni
e coi pendolari avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in treno nelle ore sbagliate.
Sembra di sentirlo ancora
dire ai ragazzi delle scuole
“Tu che non paghi cosa pretendi di migliore?”

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Potere al popolo?

Quando Alberto andò al governo non volle tradire le proprie origini: veniva dal popolo e ben si ricordava ciò che diceva quando era un semplice pendolare e stava in stazione, in attesa di treni che mai arrivavano in orario.

Riccardo ogni estate faceva il bagnino in Romagna. Non guadagnava molto ma in compenso tutte le notti poteva passarle con una turista diversa. “Ah! Quelle austriache, quelle tedesche!” ricordava con nostalgia, guardando una spiaggia semi vuota, composta solo da nonnette e da mamme italiane. “Erano così pratiche, così disinibite!”.

Nino si grattava le palle. Fucile alla mano e chili di noia dentro le scarpe. “Che ci faccio io qui?” rifletteva mentre pensava alla sua fidanzata lontana. Davanti a sé un bellissimo mare ligure. Ma lui non poteva neanche mettere in ammollo i piedi: ordini dall’alto. Lui doveva scrutare il bagnasciuga e tenersi pronto ad imbracciare il fucile se fosse toccato da piedi stranieri.

Giuseppe faceva la fame e ripensava con nostalgia al cous cous trapanese della sua infanzia. Ma con quale pesce poteva condirlo ora? Nessuno si arrischiava a pescare più, da quella volta che quel coglione di Bepi aveva sparato contro i pescatori, solo perché non capiva una minchia del dialetto siciliano.

Quando Alberto era solo un pendolare, l’azienda dei trasporti aveva stretto un accordo con le forze armate e il proprio treno era spesso guidato da militari in tirocinio.
Alberto ben si ricordava cosa esclamava quando i treni non arrivavano in orario: “Altro che tirocinio! Dovrebbero mandarli tutti alla frontiera, a sparare a vista!”

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Se dici n.

Sta lì, con i suoi sedici anni ed il suo sguardo triste: l’espressione di chi deve scontare un altro giorno o più banalmente di chi avrebbe voluto rimanere ancora un po’ sotto le coperte.

Aspetta un treno che tarda ad arrivare, metafora della sua adolescenza.

Non bella, eppure dolce. Forse per questo ogni tanto attira l’attenzione di qualche anziano signore. Non che lo voglia, anzi: cerca sempre di evitarlo e, quando fallisce, di chiudere le discussioni sul tempo e sulla gioventù il prima possibile.

Il treno poi per fortuna alla fine arriva sempre e le permette di mettere un paio di vagoni di distanza tra lei e questi viscidi signori. Di solito è lì che la incontro, mentre cerca di raggiungere i sedili più nascosti, per poi star da sola, con la sua faccia pulita e con in mano neanche uno smartphone, solo un giubbotto anonimo.

Oggi però incrocia un gruppo di conoscenti. Forse inizierebbe anche a chiacchierare con loro, magari addirittura a sorridere. Ma non ci sono posti liberi e decidere di fermarsi in piedi accanto sarebbe un atto di autodeterminazione troppo grande.

Mi alzo e le cedo il posto: lei di risposta spalanca gli occhi inorridita.

Forse perché qualcuno ha scoperto la sua esistenza.
Forse per la paura di dover affrontare relazioni sociali per l’intero viaggio.

O forse perché oggi per lei l’anziano sono io.
E gli anziani non cedono mai il posto alle giovani, non almeno in modo disinteressato.

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Numerologia

L’altro giorno sono andata a quell’incontro, sai?

Mah io ci credo poco a queste cose, però c’era anche una docente universitaria di matematica, una che ne sa, insomma.

Ma guarda… hanno detto cose a cui non avevo mai pensato. Ma tipo, ti ricordi quell’incidente che ho avuto? Brutto, proprio… Sì sì, ora va tutto bene ma sai qual era la targa della mia auto? XX 23 Ab 55.

Che c’entra? C’entra, perché dicevano in questo incontro che le targhe con un cinque dentro sono quelle che hanno più incidenti. Non solo quelle!… Vediamo se mi ricordo… le targhe che contengono un cinque, la cui somma dei numeri fa cinque o un numero divisibile per cinque.

Sembra che il cinque sia maledetto per le auto. Se avete una targa così, cambiate auto, così dicevano.

Oh, ma mica sono fregnacce: avevano dati statistici alla mano. I numeri sono importanti.

Poi, per carità, io non sono superstizioso, ci vado cauto su queste cose. Mi conosci, no?

Noi bilance siamo persone molto equilibrate, anche troppo.

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