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Il pendolo Posts

Beccato!

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. E in fondo è anche andata bene.

Premetto che ho un buffo difetto: mi imbarazzo tantissimo quando qualcuno legge una bozza mentre la sto scrivendo. È come se mi beccasse prima che abbia il tempo di coprire le mie vergogne.

Se vedo un passeggero accanto a me sbirciare, inizio improbabili contorsioni: mi rannicchio, mi piego, metto un braccio davanti. Sembro un secchione che non vuole far copiare il compito.

Non c’è astio, sia chiaro: io per primo riesco più facilmente a resistere ad un décolleté che ad una pagina di diario.

Stavolta però, per una strana congiuntura delle posizioni tra pendolari, non riesco a proteggermi in alcun modo. Ho solo un’alternativa: smettere di scrivere. Ma ho tra le mani un’idea che mi diverte e non voglio fermarmi solo per una stupida idiosincrasia.

Non mi resta che sperare nella discrezione del mio compagno. Invano.

All’improvviso parte un mio starnuto irrefrenabile.

《Salute!》, esclama il mio compagno, che sembra stesse solo aspettando un appiglio.
《Grazie.》
《Sei bravo a scrivere! Dovresti provare a farti pubblicare qualcosa.》
《Grazie. Ci sto lavorando》, sorrido imbarazzato. Poi chiarisco: 《Si fa per dire: è solo un hobby. Il mio lavoro è tutt’altro…》
《Beato te che ce l’hai un lavoro…》, sospira.

Mi racconta quindi le parti salienti della sua vita, con tristezza ma anche con grande dignità. Non cerca aiuto: soltanto ascolto.

Sarebbe oro per un nuovo post ma chiudo il tablet. Io, che in treno sono un orso, per una volta preferisco la persona alle parole.

Quando arriva alla sua fermata ci salutiamo calorosamente.
Non scriverò mai niente di ciò che ci siamo detti, per rispetto della sacra condivisione umana che per un attimo si è creata.

Anche se — me ne rendo conto solo dopo — non ci siamo neanche detti come ci chiamiamo.

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Avanscoperta

Morirà presto: avrà una vita breve e dura, tra freddo e stenti.

Ma i posteri la ricorderanno come l’eroina della propria stirpe, il pioniere tra terre inesplorate, la leggendaria figura che fondò l’Impero.

La vedo avanzare piano, già affaticata e dolorante. Le prede non mancano ma le condizioni ambientali sono proibitive.

Si avvicina, si ferma, prende fiato, poi tenta un assalto improbabile. Fallisce, si ritira: sconfitta ma illesa.

Riprova, fallisce di nuovo ma non dispera. Ha bisogno di cibo.

Poi l’errore fatale: fiuta qualcosa, si distrae.

Quando se ne rende conto è troppl tardi. Prova a volare via e per un attimo si salva. Ma vola sghemba: è stanca, è ferita.

Il secondo attacco che subisce è fatale: la vedo agonizzare sul vetro del finestrino. Quando arriva il colpo di grazia, il suo ultimo pensiero non va al nemico e nemmeno a sé stessa.

Va alla prole, va ai posteri. Va alle uova lasciate nel sottovaso bagnato della stazione.

Muore così, romantica, la prima zanzara della stagione

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Pensieri e parole

Veste tutto di verde. Scarpe, pantaloni, maglietta sopra e maglia sotto: tutto verde, cambia solo leggermente la tonalità. Calzini, canottiera e mutande non pervenute, per fortuna.

È completamente calvo, un paio di occhialini che ricordano un po’ quelli del conte di Cavour e uno sguardo incattivito, sempre.

Legge di tutto. Negli anni l’ho visto passare da una Guida turistica del Caucaso alla Critica della ragion pura, dalla Storia del fascismo a Pippi Calzelunghe.
Le letture più leggere le fa in inglese: sembra avere una fissazione per questa lingua, anche se non fa grandi progressi, visto che è fermo sempre a scritti Basic Level.

Non ispira molta fiducia, come è facile immaginare, ma non tanto per gli aspetti appena descritti, quanto per un semplice particolare: maledice tutti.

Lo fa sottovoce, masticando parolacce e sputandole via. Non credo se ne renda conto: non sembra in grado di distinguere tra il pensare e il parlare. E fa tutto il viaggio così, lo sguardo torvo e tra i denti sentenze che di solito si urlano o si tacciono.

Musica di merda, giovani del cazzo.
Frega assai dei cazzi tuoi.
E se quel gomito te lo ficcassi in culo?
Passa pure davanti a tutti, della serie La figa ce l’ho solo io.

Spesso non riesco neanche a sentire cosa dice.
Probabilmente in quei casi sta maledicendo me.

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Il volo

Siamo partiti da mezz’ora e l’aereo è ormai ad alta quota.

Ho sempre amato il lato finestrino: nonostante gli anni di viaggi, per fortuna continua ad affascinarmi la distesa di… cirri? Cumuli? Nembi? (Pietà! Sono troppo lontane le lezioni scolastiche!)… la distesa di soffice panna sotto i nostri piedi, così vicina che sembra quasi di poterla toccare.

La Terra con le sue ansie è un pianeta lontano, chilometri sotto i nostri piedi e negata alla nostra vista da una barriera fumosa.

Il paesaggio è reso ancora più bello quando da una piccola fetta di sole che illumina un punto preciso ma insignificante, come un palcoscenico poco prima che il protagonista entri in scena.

Un sole pallido, per ora, ma forse è anche meglio: il fascio di luce di un sole pieno fa troppo copertina di una rivista di Testimoni di Geova… come si chiama?… Svegliatevi!

Il volo sta per concludersi. L’abitudine dei passeggeri ci salva dall’applauso al pilota. Le porte si aprono, le scarpe affondano nella neve e il sogno svanisce.

Fuori dal treno ci aspetta la quotidianità di un giorno di nebbia che segue una notte di neve.
Per le ferie al momento mancano soldi e tempo.

La fantasia, almeno, costa poco.

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L’uomo del Sud

Siede a braccia conserte, quasi rannicchiato su sé stesso.

Non sembra una persona interessata all’apparenza: porta un pantalone blu e un maglioncino, anche questo blu ma di una tonalità leggermente diversa. A peggiorare il già discutibile abbinamento un paio di scarpe camoscio con stringhe bianche. L’unico vezzo un orologio da polso di altri tempi: forse solo un sintomo di vecchiaia che un tocco di classe.

Una faccia e una pancia tonde denotano una spiccata tendenza alla sedentarietà. Un leggerissimo pizzo bianco, con qualche pelo grigio che resiste, lo mostra come una persona ordinata, precisa. Forse un carabiniere.

Nel complesso ha un abbigliamento che lo identifica come il classico maschio del Sud, se non fosse per una svolazzante sciarpina nera, che stona un po’ con il resto del personaggio.

Un cellulare di qualche generazione fa squilla dalla sua tasca. La breve conversazione che segue spiega il significato della sciarpina nera intorno al suo collo e la sua presenza in un contesto che evidentemente non gli è usuale.

Racconta di un funerale appena concluso, di un lutto distante dalla propria casa ma molto vicino al proprio cuore. Racconta anche di un futuro che va avanti, di un lavoro che mi stupisce: il violinista. Parla di passione ma soprattutto di dolore. Lo fa con dignità e riservatezza, anche queste contrarie all’idea stereotipata che mi ero fatto di lui.

Chiude la telefonata. Il resto del viaggio prosegue in silenzio. Io in compagnia dei miei inutili sensi di colpa, per un giudizio affrettato e per un’invasione inevitabile dovuta alla prossimità. Lui in compagnia dell’infinita e selvaggia pianura padana che gli scorre davanti.

Ogni tanto le sue braccia si muovono: si allargano, per tornare incrociate poco dopo. Piccola danza del direttore d’orchestra dei suoi pensieri, che alterna note bianche a note blu, nel tappeto dei ricordi sul caro defunto.

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194 speranze

Primi anni delle superiori. Quattro ragazzine, quasi donne.

Il loro gusto estetico sembra la precisa intenzione di seguire una serie di steriotipi: c’è la bionda riccia, maglioncino bianco e jeans, bellezza rovinata da occhiali nerd enormi; la mora, capelli lisci e lunghi, felpa e pantaloni dark; il suo negativo biondo e occhi azzurri, giacca rossa abbinata alle scarpe; e la castana di capelli e di occhi, felpa e vestiti comodi, per non percepire troppo un corpo sovrappeso.

Ridono e chiacchierano tanto. Della scorsa uscita serale, di quel famoso attore fighissimo, del gruppo rivelazione dell’ultimo talent. E, prossimi al proprio arrivo, del tema in classe del giorno prima, dal titolo impegnativo.

– Tu cosa hai scritto?
– Ho iniziato con le ultime notizie, per dare un quadro.
– Obiettori, associazioni per la vita?…
– Sì quella roba li…
– Ma poi? Opinioni?
– Beh, sai come la pensa la prof…
– Frega un cazzo. Io ho messo come la penso.
– Anch’io. Me la sono solo tenuta buona: ho iniziato premettendo che non è che puoi usarlo come contraccettivo…
– Vabbé che c’entra. Sono d’accordo anch’io. Mica come quella cogliona di Ilaria. “Ah, tanto se succede abortisco”. Non capisce mai un cazzo quella là.
– Oh sì, è vero. Però anch’io ho messo quello che penso.
– Ah, anch’io. Ché ci sono casi in cui non è così scontata la scelta. Uno stupro, un’incapacità di andare avanti…
– Sì ma non è neanche quello il punto. Io ho scritto anche che deve essere una scelta mia e di nessun altro.
– Sì ma lo sai come la pensa la prof…
– Frega un cazzo. Siamo ancora in un paese libero.
– Giusto.
– Giusto.
– Giusto.

Ed è questa convinzione comune l’ultimo frammento che ascolto, mentre il treno arriva alla fermata della loro scuola e lascia scendere queste quattro ragazzine.

Pardon, queste quattro donne.

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Perfetta

Ci sono artisti che riescono a fare magie.

Non sono dei virtuosi: anzi, spesso sono musicisti mediocri che costruiscono l’intera carriera su quattro accordi.

Non li ho mai amati: anzi, in giovinezza proprio non li sopportavo.
Ora però riconosco loro una capacità che i miei artisti preferiti non hanno: riescono a fare magie, appunto. Anzi, una magia.

Non sono mai rapper, non sono rocker, non sono punk: anzi, solo i cantanti pop riescono in questo.

Non sono politicamente impegnati, o almeno non nelle canzoni che hanno questo potere. Quasi sempre sono ballate che parlano d’amore, oppure di figli. Raramente riescono anche quando parlano di padri o di amici, ma non è cosa da molti: devi chiamarti Cat Stevens o James Taylor.

La magia avviene in treno.
Succede che una studentessa fa partire qualcosa dal proprio cellulare, senza auricolari. Forse il video della canzone, forse un tardivo augurio di buon anno, forse una timida dichiarazione.
E nessun pendolare alza gli occhi al cielo. Anzi: l’operaio inizia a fischiettare l’intro, la dirigente canticchia le prime parole, il pensionato, che non sa l’inglese, accenna la melodia con la bocca.

Al ritornello l’intero vagone si è trasformato nell’albero di Natale della pubblicità che faceva la Coca Cola negli anni ’80.
E intanto il treno va avanti, danzando nel buio.

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Galaverna

Quando ero piccolo la neve non esisteva.
O meglio, aveva lo stesso grado di realtà di fate e folletti: esisteva, si, ma solo dentro i libri.Da adulto, trasferito al nord, ho imparato a conoscerla, a lasciarmi incantare da lei, a bestemmiare per lei e a iniziare a vedere i film di natale con altri occhi: i suoi.

Con un altro agente atmosferico ho seguito invece un processo diverso: da bambino ne ignoravo l’esistenza, poi l’ho vissuta e finalmente, da poco, le ho saputo dare un nome.

La galaverna.
Magica come la neve, bella come la Luna e terribile come un esercito schierato in battaglia: non riesco a spiegarmi come mai abbia così poco spazio nella letteratura.

Raggiungo la stazione un passo dietro l’altro e, dopo mesi, le mie scarpe non sono bagnate, nonostante parte del tragitto lo abbiano fatto sull’erba. Mille gocce di rugiada hanno creato un bozzolo intorno al mondo, proteggendo me e lui.Il paesaggio che osservo dal finestrino è mutato: la galaverna ha cristallizzato la campagna e la nebbia ha reso sfumati gli orizzonti infiniti di questa maledetta pianura padana.

A vederlo così, il mondo sembra un posto freddo, sì, ma anche tranquillo, dove ci si può accucciare e nascondere e dove il tempo si è quasi fermato e tu puoi andare con calma e con i piedi asciutti.
Per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità.
Passano ancora lenti i treni per Millemondi e il mio augurio per il prossimo anno, per me che scrivo e per voi che leggete, è un po’ di galaverna in più.

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L’amore ai tempi di WhatsApp

Occupo il quarto di quattro posti e mi immergo in un libro bellissimo e devastante.

Faccio però fatica a concentrarmi: ho come compagne di viaggio tre giovani universitarie e hanno un serio problema di cuore. Non vorrei invadere la loro privacy ma tecnicamente e la loro privacy che invade me.

La prima, la più carina, è tesa. Ostenta tranquillità ma le mani traditrici si tormentano continuamente.
La seconda mangia e offre cioccolata, mentre ricostruisce, valuta, organizza.
la terza è stravaccata sul sedile e minaccia botte ad una quarta non presente.

Abbiamo mezz’ora di viaggio: ho il tempo di ricostruire tutta la storia. C’è di mezzo un ex ragazzo, un altro ragazzo, un quasi tradimento e una quarta amica (se così si può dire) che ha fatto la spia.

Le tre devono comunicare con i vari attori della vicenda e lo fanno via WhatsApp.
Ogni parola viene soppesata, limata, commentata: il plot è scritto a sei mani e viene riveduto e corretto continuamente.
E poi c’è una delle tre, la prima, la protagonista, da difendere, forse da consolare.

Vanno così le ragazze, forse da sempre: un’armata che prosegue a testuggine. Io cerco di leggere ma non riesco: mi distrae, quasi mi commuove, la loro forza, che noi maschi quasi non conosciamo.
E mi intenerisce questo vivere via WhatsApp: l’illusione che si possa sempre tutto ponderare, eventualmente correggere.

Almeno finché la ragazza non incontrerà il ragazzo dal vivo (succede ancora, vero?). Li sarà la pancia a dettare le azioni (un bacio? Uno schiaffo?) e non ci saranno amiche al proprio fianco e neanche la possibilità di premere Annulla.

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Free style contest

Ufic: Lo sfido!
Marco: Ma va là! Lascia stare!
Ufic: Ma lo vedi quant’è ridicolo?
Marco: Uno che si chiama Ufic dovrebbe pensarci bene prima di vedere del ridicolo negli altri.
Ufic: Oddio… parte con una sua canzone. “””canzone”””… Maledette casse bluetooth! Cassa… rullante… cassa… rullante… Che dici, ce lo mettiamo anche un hihat?
Marco: Le tue non erano migliori.
Ufic: Ma almeno ne ero consapevole! Guarda questo sbarbino come si atteggia invece!
Marco: Il rap è sempre stato un atteggiarsi…
Ufic: No, cazzo! Questo non puoi dirlo: c’era chi si atteggiava e chi però faceva dei contenuti vslidi! Ma lo senti? “Sono al top… Sono al top… Se devo entrare non faccio toc toc”… Non si può ascoltare!
Marco: Si chiama invidia la tua.
Ufic: Stai scherzando? Mo’ lo sfido ad un freestyle, giuro che lo faccio!
Marco: Quando hai fatto il tuo ultimo freestyle?
Ufic: Non mi ricordo.
Marco: Venti anni fa. Venti. Anni. Fa.
Ufic: Ti faccio vedere il rap della terza età. Me lo mangio ancora a colazione, vedrai…
Marco: Ma lo senti? Parli come lui, solo che a quasi quarant’anni sei patetico.
Ufic: Caparezza fa ancora dischi che…
Marco: Caparezza ti faceva schifo quando tu avevi l’età di questo ragazzino…
Ufic: 99 Posse, Frankie HiNrg…
Marco: Ahahah…

La porta del treno si apre, il ragazzino, la sua groupie e le sue casse si allontanano. Ufic per fortuna scompare: magari per altri vent’anni non lo vedrò più. O magari non aver fatto un contest di free style con quel ragazzino rimarrà il più grande rimpianto della mia vita.

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